L’enigma Castrum Novum

castronovoIn occasione del convegno sulla Magna via Francigena Castrinovi, ripubblichiamo un articolo uscito nel numero cartaceo di Orizzonti Sicani del luglio 2010.

di GIUSEPPE BENINCASA jr- L’Enigma Castrum Novum: Ovvero l’odierna Castronovo e non “Castronuovo” come qualcuno vorrebbe trasformarla. Enigma, per chi? Per uno studioso della domenica; non certo per chi di professione fa lo storico o l’archeologo. Castrum Novum, Castronovo, che strana storia ha questo paesino di montagna anzi Città visto che si può fregiare di questo titolo! Sporadicamente indicato o menzionato in cartine e guide è sconosciuto ai più, anche a quei siciliani territorialmente vicini. Sconosciuto persino da chi ne porta la denominazione nel proprio cognome, all’oscuro del perché e del per come esso sia “Castronovo”. Ci si chiede allora: dove sta la stranezza, l’enigma Castrum Novum? Strano è ciò che ha incongruenze logiche; l’enigma è qualcosa che pone dei quesiti invitando e sfidando le intelligenze. Ebbene Castronovo, Castrum Novum con le sue stranezze pone ai suoi amanti affascinanti enigmi, invitandoli a svelarne il mistero. Non pochi studiosi si sono approcciati a questo scrigno tentando di carpirne i segreti, ma soltanto uno di essi ha avuto la passione, l’amore e la tenacia per andare a fondo nel tentativo di ricostruire la millenaria storia di Castronovo. D’altronde chi poteva farlo se non un suo figlio? Luigi Tirrito (1801-1886), avvocato di professione, giornalista, studioso accreditato presso la Reale Accademia di Archeologia, spese la sua vita alla ricerca delle antiche origini della natia e ormai decadente Castronovo. Nel suo libro “Sulla Città e sulla Comarca di Castronovo di Sicilia” si scandagliano più di XX secoli di storia, un’immane opera frutto di decenni di ricerche e di una laboriosa ricostruzione storica; e sebbene il suo studio sia stato dimenticato per decenni, adesso viene riconosciuto come un capolavoro di storiografia comunale, irrinunciabile fonte di studio per chi si volesse avventurare, a vario titolo, in ricerche storiche o archeologiche del territorio.

Il Tirrito avvalendosi della consulenza del Prof. Cavallari, direttore delle Antichità di Sicilia, parla di «cinta murarie, a tratti ciclopiche, di età pre-ellenica presumibilmente risalente al VII-VI secolo a.C.» che si estendono sull’altipiano del Kassar e ipotizza che tale cinta racchiudesse la città sicana di Krastos. Altri studiosi hanno in seguito smentito tale ipotesi, negando sia la datazione pre-ellenica delle mura sia la presenza di una città sicana, tantomeno di Krastos. Recenti scavi sembrano confermare la datazione delle mura tardo romana o bizantina; nulla sembra invece rivelare di una cinta muraria a difesa di un vasto insediamento ellenico o pre-ellenico. La presenza sicana si limita a qualche sporadico e “insignificante” ritrovamento. Dobbiamo quindi concludere che l’insigne Prof. Cavallaro si sia sbagliato di circa mille anni nella sua datazione. E i famosi bronzetti esposti al Museo Salinas, il morso bronzeo di cavallo, i fusi e le punte di freccia trovati in quella località sono stati abbandonati da un guerriero sicano di passaggio? Per non parlare dell’enigma delle ossa “gigantesche” di cui parla il Mastrangelo, rinvenute sempre sul Kassar e che molti abitanti del luogo giurano di aver visto in altre parti del territorio.

Altra stranezza. Esiste una scala in parte scolpita nella roccia che dal paese attuale porta sull’altipiano del Kassar. Sembra che a nessuno studioso (eccezion fatta per Vittorio Giustolisi) sia venuta la curiosità d’ispezionarla. Eppure è lì, alla luce del sole (ancora per poco), ad attendere chi ne sciolga il suo enigma: chi l’ha costruita? Perché? Quanto è larga? Cosa metteva in comunicazione? Penso che, per capire la consistenza e l’origine dell’insediamento sul Kassar, rispondere a tali domande sia altrettanto importante della datazione delle mura. Cosa c’era lì sopra? Un insediamento sicano, ellenico, bizantino? O forse tutti questi in epoche diverse? Dobbiamo pensare che quelle del Tirrito siano le conclusioni di un “abbagliato” studio campanilistico o che quelle recenti siano conclusioni dettate da opportuno “Bizantinismo”? Qualunque sia la datazione di quelle mura certo è difficile pensare che racchiudessero un piccolo nucleo di capanne e che quella scala conducesse a un villaggetto di pastori. E poi, come pensare che i nostri antenati così accorti nello scegliere i luoghi per i loro insediamenti ne avessero trascurato uno come il Kassar con tre sorgenti di acqua, fortificato naturalmente in tre lati, vicino al fiume Platani? E inoltre, vasto abbastanza da permettere anche un’attività agricola, posto in una posizione strategica nelle direttive di penetrazione viaria Nord-Sud ed Est-Ovest e che permetteva un controllo totale sull’Alta valle del Platani nonché sul punto di congiunzione tra questa e quella del Torto. Ma gli archeologi sostengono che non si trovano testimonianze d’insediamenti più cospicui e non è dato loro il “vizio” dell’intuizione o della deduzione ma solo quello della constatazione. È difficile anche pensare di trovare prove senza un’adeguata campagna di scavi. E d’altronde di quali stranezze ed enigmi sull’antica Castronovo parleremmo qui se ci fossero le testimonianze del suo passato? Abbiamo solo prove indirette. Così come camminando per le strade del suo abitato non si trova alcuna traccia della grandiosità del suo passato: ma allora, perché il tratto terminale della più famosa arteria di comunicazione nell’Europa del Medioevo venne chiamata giusto Magna Via Francigena Castrinovi? Quale privilegio aveva tale cittadina medievale già nel 1090 per ottenere l’intestazione di un’arteria così importante?

Nel 1398 dopo la sua elezione a Città Reale fu nominata Capo Comarca con giurisdizione, oltre che sulle sue, su 11 Terre Baronali: Cammarata, San Giovanni di Cammarata, Casteltermini, Campofranco, Bivona, Santo Stefano Quisquina, Alessandria della Rocca, Lercara Friddi, Vicari, Alia e Valledolmo. Tale privilegio fu mantenuto fino al 1815. Perché? Qual’era l’importanza di Castronovo durante tutti questi secoli? E continuando con le stranezze, dopo tre decurtazioni territoriali, possedeva e tutt’ora possiede 24 feudi con un’estensione di 199,91 chilometri quadrati. Alla metà del secolo XX si contavano 19 chiese urbane, 15 rurali, due conventi, un monastero, un Monte di Pietà, un’ospedale e due fontane (di cui una regia) da cui sgorgavano copiose acque sorgive. La sua Universitas nel 1555 costruisce il primo ponte sul fiume Platani, lungo il percorso del quale fiorivano nel tratto castronovese una moltitudine di mulini. Ponti, chiese, monasteri, conventi, fontane, mulini, vasti territori che solo una floridissima e potente Città poteva permettersi.

Dove sono le tracce di un passato così importante? Questo è l’enigma da sciogliere! Ma se è vero che per capire bisogna prima di tutto amare, allora la Città di Castronovo aspetta da secoli studiosi amanti (e solo quelli) della sua storia poiché essa vuole riappropriarsi del suo passato. Il Tirrito ha colto la sfida nel XIX secolo, ce ne sarà un altro? Chi sarà il prossimo? Chiunque esso sia, tutti noi l’aspettiamo con ardore.

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