U pagghiaru

1555512_389421627868283_211897009_n di PIPPO ODDO – Avrei fatto volentieri a meno del termine dialettale se ce ne fosse stato uno solo della lingua italiana atto a fornire un’idea compiuta di pagghiaru o pagliaru (come si dice in talu­ne parlate locali). Ma non c’è, purtroppo. Certo, avrei potuto usare la parola “capanna”, non senza però mettere prima in guardia i lettori che il pagghiaru è cosa diversa dalla capan­na dello zio Tom immortalata dalla penna di Harriet Beecher Stowe. Se per capanna s’intende «piccolo ricovero o costru­zione, specialmente di frasca, paglia o legno», bisogna rico­noscere che ci sono capanne e capanne, essendo differenti da luogo a luogo i materiali usati e la cultura di quanti le costrui­scono e se ne servono. Non tutte le tipologie di capanna pos­sono essere insomma ricondotte al concetto di pagghiaru, forma primigenia dell’architettura rurale siciliana e di altre aree del Meridione d’Italia, indipendentemente dal nome con cui è localmente conosciuto.

Scartata dunque questa risorsa del vocabolario italiano, nulla mi vietava di italianizzare la parola siciliana: cosa che hanno già fatto alcuni studiosi autorevolissimi. Ma con quali risultati? I più parlano di “pagliaio”, senza tener conto della confusione che la parola può ingenerare. Pagliaio, che mi risulti, significa, quasi ovunque in Italia, ammasso conico o tondeggiante di paglia all’aperto, la riserva per l’intero anno. Si tratta, insomma, di quel prodotto del lavoro umano che i rurali di Sicilia chiamano burgiu. Non ci azzecca quindi nulla con il pagghiaru, direbbe un noto uomo politico molisano.

Ma forse la pensava così, già all’inizio del Novecento, il prete folclorista Cristofaro Grisanti, amico di Giuseppe Pitrè. Il quale cercava di evitare, nei limiti del possibile, il termine “pagliaio” allora tanto caro agli studiosi con cui era in corrispondenza. Non a caso parlava di “pagliare” e “pagliarotti” di pastori e – ammesso che non si tratti di un refuso tipografico – anche di “pagliate” di carbonai, «ben costruite, comode, asciutte quasi tukul abissini, e fornite del necessario (anche a difesa della vita) per abitarvi con le mogli e i figli, col pollame, il gatto, i cani, la capra, il maiale e fino agli asini e ai muli». Salvo a lasciarsi sfuggire, a proposito dei segni di guardia in campagna: «Spesso vedi qua, vedi là dei fuochi accesi a tarda sera, dentro e fuori dalle casette, dai pagliai».

1 geografi che hanno studiato l’architettura rurale dell’Isola hanno invece mostrato di preferire il termine “pagliaro”, sicuramente più vicino a quello dialettale, ma non certo privo di ambiguità, tenuto conto che si chiama appunto così in alcu­ne aree dello Stivale il pagliaio, cioè il burgiu. Tanto valeva allora riproporre il nome con cui è stato chiamato per secoli dai contadini e dai pastori di Sicilia anche perché, ce lo ha insegnato Alessandro Manzoni, «il volgo non è poi quel gua­stafeste ardito nel manomettere le parole e far loro dire le cose più lontane dal loro legittimo significato».

Pensandoci bene, il pagghiaru si chiama così forse perché, nella sua forma primordiale, è fatto in gran parte di paglia (che in siciliano si chiama pagghia). La sua vicenda, ancora non del tutto conclusa, è più vecchia della storia. Ini­zia agli albori della rivoluzione agraria, vale a dire nel momento che, protetto da Demetra, Trittolemo sale sul carro alato che lo porterà in giro per il mondo a diffondere la cerealicoltura e la civiltà. Naturalmente nei pagghiara che si possono ancora ammirare in alcune plaghe della Sicilia e sopratutto all’inter­no dei parchi naturali (spesso utilizzati come punti di appog­gio ai percorsi trekking) si riscontrano anche caratteristiche più elaborate.

E c’è pure un mio amico di Polizzi Generosa, ambientalista convinto e appassionato cantautore (Gandolfo Schimmenti detto Moffo), che di recente ha costruito nell’area del Parco delle Madonie un pagghiaru davvero monumentale, provvisto persino di energia elettrica e servizi igienici, nel quale ospita i suoi amici stranieri che amano la natura e la buona musica d’impegno sociale e civile. Ma le tipologie primordiali del pagghiaru siciliano non sono ancora definitivamente scomparse. Vale quindi la pena di descriver­le attingendo a man salva a fonti autorevolissime.

raccolta delle olive attorno al pagghiaru di Nino emilio      «Il pagghiaru – scriveva Pitrè nell’ultimo volume della “Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane” – è una capan­na che dalla terra in su fino a un metro è in muratura primitiva, a secco, e le cui connessure, chiuse o tappate con fango, e da questa base in su, con pali, vanno obliquamente a congiungersi in forma conica in alto, componendo l’ossatura del tetto che si copre con strati di paglia (donde il nome) o di fra­sche, o di strame, o di ginestra. Le basi di pietra non sono costanti; mancano affatto quando esso è semplice ricovero di un guardiano, mandriano ecc.».

La tipologia più interessante è rappresentata dal cosiddetto pagghiaru longu, fino a pochi decenni fa presente nelle valli del Platani e del Tumarrano, anche se non assolveva più alla funzione origi­naria di dimora, temporanea o permanente, di interi nuclei familiari. Conservava tutt’al più quella di rifugio eccezionale. Di pianta quadrangolare, base in muratura a secco, ha il tetto a quattro pioventi; al centro è sostenuto, come ha notato Giorgio Valussi, «da un robusto palo verticale (culonnà) su cui pog­gia un travicello orizzontale (bastasi) che supporta il culmine del tetto (curmali) e i pali laterali». Questo tipo di pagghiaru occupa una superficie di circa 5 metri quadrati, quanto basta ad ospitare tre giacigli (jazzi), anch’essi di strame e di gine­stra, e il focolare composto da quattro pietre in quadrato. A sostenere la pentola un bastone che pencola dal curmali in direzione del focolare. In corrispondenza dei tre jazzi ce ne sono altrettanti a castello, sostenuti di un’impalcatura di legno. L’apertura è una sola ed «è così bassa che un uomo non può entrare o uscire senza far arco della schiena»

Quasi tutti i pagghiara presentano questo inconveniente. Ce ne sono però alcuni, a struttura semplice e forma quadrangolare, che hanno un lato completamente aperto. Sono pagghiara per una sola stagione, quella estiva, e privi di porta. In autunno vengono lasciati in balìa delle piogge che, d’inverno li dissolvono. Ben più resistenti e duraturi sono invece i pagghiara ‘mpetra del Catanese, costruiti dai pasto­ri con pietre laviche sovrapposte senza nessuna malta. All’e­sterno possono anche presentare una pianta quadrangolare, ma all’interno hanno tutti forma circolare, come i trulli pugliesi, le tombe a tholos, i sesi di Pantelleria, i nuraghi sardi, i tumoli etruschi, forse per il supposto valore apotropaico del cerchio.

Anche i pagghiara a copertura vegetale hanno spesso base circolare. Cerchi e quadrilateri sono anzi le sole forme geometriche che si riscontrano nella base di questi antichi rifugi, da sempre. Ciò ha calamitato l’attenzione di antropologi ed archeologi. Nel pagghiaru di forma quadrangolare con base in muratura a secco Giuseppe Cocchiara ha indivi­duato il sapere dei costruttori delle capanne sicule e sicane, e persino il modello ispiratore della «modesta casa rurale e urbana» del contadino siciliano. Secondo Biagio Pace i pagghiara rappresentano, sì, la continuazione delle capanne sicule e sicane, ma i motivi geometrici della loro base non sono affatto indi­cativi di una precisa provenienza etnica o culturale, dato che le due forme ricorrenti già si riscontravano nei villaggi neoliti­ci (circolari nelle capanne della gente comune, quadrangolari in quelle dei capi). A suo avviso, la diversità di forma indiche­rebbe perciò differenti stadi di sviluppo o disuguaglianze sociali. Per Sebastiano Tusa la capanna castellucciana, costruita da ignoti architetti-agricoltori del neolitico, «non doveva molto differire, per aspetto esterno, per conformazione, costi­tuzione ed interni, dal ben noto pagliaio che resiste ancora oggi nelle campagne della Sicilia interna collinare»; dunque «la sopravvivenza di questa forma architettonica trae la sua origine dal radicamento della civiltà castellucciana nel tessu­to naturale della Sicilia interna».

Vivevano nei pagghiara, fino al 1950, i contadini inse­diati nell’ex ducea di Nelson. A detta di un testimone privile­giato, il sindacalista della Cgil Epifanio cernigliaLa Porta, si trattava di capanne «circolari alla base, con muri di paglia ed argilla aventi den­tro un circoletto per accendere il fuoco e un buco nel tetto per fare uscire il fumo. Insieme agli uomini stavano il mulo e l’asino; tutti insieme in questo unico pagliaio, dove si cucinava, si mangiava, si nasceva, si moriva». A Tudia, nel Nisseno, fino a metà degli anni cinquanta, vivevano nelle stesse condizioni diecine di famiglie mezzadrili. «Questi pagliai – denunciò un contadino a Danilo Dolci – sono stati costruiti, quando noi eravamo piccoli, dai mezzadri; però il padrone obbligava a pagare un contributo di una decina di polli all’anno ad ogni mezzadro perché potesse stare nel pagliaro». Un paio di lustri dopo, nella Valle del Tumarrano, in contrada Musoloco, Giorgio Valussi incontrò «un vero e proprio agglomerato di pagghiara abitato permanentemente da mezzadri e annesso a una casa padronale di cui però erano disponili per i contadini solo le stalle».

Non si creda tuttavia che abitare in un pagghiaru fosse la regola, nelle campagne di Sicilia. Tutt’altro. Anche se, fino a pochi anni fa, c’erano molti di questi manufatti, a parte quel­li dei pastori e dei carbonai che fungevano da dimora temporanea, quasi tutti gli altri pagghiara assolvevano alla funzio­ne di deposito di attrezzi di lavoro, guardiola e rifugio occa­sionale contro gli improvvisi acquazzoni.

Rimane il fatto, però, che il pagghiaru ha lasciato segni indelebili nella cultura dei Siciliani. Basti ricordare che nella parlata a bbaccagghiu (linguaggio furbesco della malavita dei bassifondi palermitani) pare che si continui a chiamare pagghiaru la camera di sicurezza. Ovunque in Sicilia viene defi­nito scassapagghiaru il delinquente di bassa lega, il ladro di polli, insomma; ed è conosciuto come sperciapagghiaru un uccellino dalla voce trillante e melodiosa, lo scricchiolo, reattino, o forasiepe. Si dice inoltre che tizio ha i capelli a pag­ghiaru, cioè in disordine; che Filano è un cani di pagghiaru, ossia ozioso; che la tal casalinga tiene la casa a pagghiaru. E c’è persino un vecchio gioco fanciullesco chiamato pagghiaru.

Palermo 25 gennaio 2014

ciccio cerniglia

 

 

 

 

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