Giuseppe Alletto e gli oscuri meandri del divenire umano

ALLETTOdi PIPPO ODDO – Vincitore della XVII Edizione del Concorso Nazionale d’Arte Contemporanea “Satura”, sezione giovani (Genova settembre 2012), Giuseppe Alletto (Palermo 13 ottobre 1990) è un pittore sicuramente geniale. Vive da sempre a Bagheria, la città natale di Guttuso. Nonostante la sua giovane età, ha alle spalle una cospicua e interessante produzione di opere d’arte, molte delle quali hanno già riscosso lusinghieri apprezzamenti dai visitatori di non poche mostre personali e collettive, nazionali e internazionali, che lo hanno visto tra gli espositori in molte gallerie del Vecchio Continente, da Bagheria a Palermo, a Monreale, a Roma, a Genova, a Bruxelles, a Cannes, a Parigi, a Stoccolma. Né il suo estro pittorico è passato inosservato alla critica d’arte più attenta. Hanno parlato di lui tra gli altri Paolo Levi, Tommaso Serra, Fiorenza Carella, Andrea Diprè, Flora Buttitta ed Elio Giunta. Ma l’elenco è ben più lungo.

Non potendo citare tutti gli intellettuali che a vario titolo e con approcci diversi hanno espresso significativi apprezzamenti sulla sua produzione artistica, mi limito a ricordare che Paolo Levi ha scritto di lui: «Pittore di avvertimenti, Giuseppe Alletto proietta nell’osservatore il lato oscuro del nostro vivere, descrivendo il sonno della ragione, ma anche la sua catàrsi, attraverso la bellezza della sua pittorica». Elio Giunta gli ha fatto eco: «Alletto è artista di sicuro talento: egli sa già come collocarsi nella vicenda dell’arte contemporanea, o perlomeno sa di poter chiedere una collocazione in nome del suo proporsi come polemica e come ambizione al confronto». E Tommaso Serra ha avuto modo di spiegare che il giovane pittore «percorre un itinerario mentale che lo porta alla sacralità e al paganesimo».

Alla luce di queste brevi notazioni mi permetto aggiungere sommessamente che le opere di Alletto rispecchiano in qualche misura il disagio della società attuale che nega alle nuove generazioni la possibilità di progettare il loro futuro e – perché no? – anche il senso di smarrimento che si respira nella sua Bagheria, un tempo operosa “città-paese” e ora (al netto di ciò che resta del ricco patrimonio architettonico settecentesco) periferia metropolitana quasi anonima, che ha perduto molti tratti fondanti della sua identità di grosso centro rurale non privo di vivacità culturale, senza affrancarsi dalle vecchie ipoteche parassitarie e mafiose o assurgere al rango di vera città. Ma se la Madre Terra è sempre più lontana e l’ipertecnologismo informatico sta devastando le certezze del passato, nessuno può stupirsi che la cittadina dove sono riecheggiati i primi vagiti di Renato Guttuso e Fernando Scianna adesso fornisca ben altri stimoli alla fantasia creativa del nostro. Stimoli, beninteso, che possono comunque permettergli di raggiungere traguardi non meno importanti da quelli che hanno visto trionfare Guttuso, Scianna ed altri bagheresi. Ma pur sempre stimoli diversi.

Ora, poiché (come diceva giustamente Samuel Buther) «qualsiasi opera di un uomo, si tratti di letteratura o musica o pittura o architettura, è sempre un suo ritratto», non è peregrino sostenere che i quadri di Alletto rispecchino la sua concezione del mondo e della vita, la sua cultura umanistica intrisa di esoterismo. «L’arte come la Magna Grecia è una metafisica pratica», ama infatti ripetere il giovane pittore bagherese, citando Gabriele D’Annunzio. Ma se ci soffermiamo un momento ad analizzare alcuni suoi quadri, forse riusciremo a rintracciare anche altri aspetti del suo percorso formativo, a prescindere dalle tecniche pittoriche usate (grafite su carta, pastello, carboncino, miste). Per limitarci ad una sola opera, il “Ritratto di William Buther Yeats” notiamo immediatamente che al celebre poeta drammaturgo irlandese (1865-1939), Premio Nobel 1923, Alletto ha cambiato in qualche modo i connotati, «con una eccentricità cupa e piuttosto iconoclasta»: parola di Elio Giunta. E, per inciso, non ha riservato affatto trattamento migliore all’immagine di altri personaggi illustri come Luigi Pirandello e Giorgio De Chirico.

Ma il caso del “Ritratto di William Buther Yeats” (grafite su carta, 33 x 48, 2011) è a mio modesto avviso sicuramente uno dei più illuminanti ai fini della comprensione degli intenti artistici e dello stesso processo di formazione pittorica di Alletto. Basti pensare che Yeats fu a lungo sballottato tra la Londra decadente del XIX secolo e l’Irlanda in piena ebollizione indipendentista e, soprattutto, che le prime poesie del futuro Premio Nobel si caratterizzano per l’uso marcato di simboli ripresi da diverse tradizioni: celtica, kabalistica, cattolica, greco-romana. C’è da chiedersi allora fino a che punto sia stato per una mera coincidenza che Giuseppe Alletto (che ripropone e rende più enigmatico e inquietante il ritratto di un poeta nord-europeo così travagliato) accenna con entusiasmo agli enigmi dell’Egitto dei Faraoni, ai culti misterici e alle vecchie religioni mediterranee. La domanda è, nemmeno a dirlo, retorica: Yeats non è stato scelto a caso dal giovane pittore bagherese, se è vero che coltiva nemmeno troppo segretamente gli stessi interessi.

Eppure Alletto rimane comunque un consapevole interprete del dramma della sua generazione nel mondo globalizzato e si è intestata un’operazione culturale di scavo nei meandri del divenire umano che, per dirla ancora una volta con Tommaso Serra, «si ricompone poeticamente nel topos di un rito catartico, per offrire una possibilità di salvezza all’esistenza dell’uomo». Stando così le cose, tutto lascia supporre che Giuseppe Alletto si affermerà all’altezza delle sue reali possibilità pittoriche e che la critica d’arte che conta non mancherà di segnalarlo al grande pubblico.

Palermo lì 7 febbraio 2014

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.