Tra interesse e oblio, le alterne vicende del Kassar di Castronovo

KASSAR1 KASSAR4di GIUSEPPE BENINCASA JR – Il Kassar di Castronovo è un altipiano che sovrasta l’odierno abitato di Castronovo di Sicilia (PA). Chi da secoli, forse millenni, ha vissuto ai suoi piedi ha guardato il Kassar come un gigante che a volte protegge e a volte distrugge, incutendo timore e rispetto. Anche i visitatori occasionali esprimono con stupore le stesse emozioni di meraviglia e timore per le sue minacciose rocce che all’osservatore posto ai suoi piedi sembrano suscitare un angoscioso sentimento di minaccia. E di fatti non poco timore suscitano le pietre o i macigni che si son staccati dalla roccia per rovinare giù sulle case o lambendole. Guardando Castronovo dalla piana di San Pietro, si osserva come le case siano incuneate tra le falde dell’altipiano del Kassar e una sua naturale appendice, il Colle San Vitale (l’antica Montagna Reale). I due monti formano un angolo dentro cui viene avvolta e protetta una naturale conca la cui esposizione è data da un angolo di circa 90 gradi corrispondente all’angolo Sud-Est. Quando gli antichi abitatori dell’alta valle del Platani, hanno privilegiato questo sito per erigere le loro dimore senza dubbio hanno ponderato bene la loro scelta: la protezione dai freddi venti del Nord, l’abbondanza di acque sorgive e la fertilità dei terreni circostanti sicuramente sono stati elementi importanti di valutazione. Altro elemento sicuramente, preso in considerazioni dai nostri più accorti antenati, era la difendibilità dei luoghi, difesa costituita per essi dall’estrema vicinanza del Colle San Vitale e del Kassar.

I ritrovamenti archeologici sul Kassar, i resti monumentali sul Colle San Vitale e le ricerche storiche fin qui effettuate ci raccontano che in diverse epoche le genti dei nostri luoghi abbiano occupato alternativamente i siti prima del Kassar, poi della Montagna Reale e solo successivamente l’attuale agglomerato urbano.

E’ curioso notare come nella memoria delle tradizioni locali sia rimasta una traccia di una, non ben identificata, di queste migrazioni avvenute nel corso dei millenni.

Una leggenda che si tramanda a Castronovo narra di una presunta trasmigrazione tra il sito del Kassar e l’attuale abitato. La leggenda racconta di un re che si trovò nella situazione di decidere se la sua città dovesse rimanere sul Kassar, così come volevano alcuni suoi sudditi, o trasferirsi nell’attuale sito come volevano altri, i quali ne sostenevano le migliori condizioni climatiche. Ascoltate le ragioni dell’una e dell’altra fazione, il re propose ai suoi sudditi di effettuare la seguente prova: si sarebbe messo la sera un gallo fuori all’aperto e se questo fosse stato trovato vivo la mattina successiva, allora la città sarebbe rimasta sul Kassar; se il gallo fosse stato trovato morto, la città si sarebbe trasferita alle falde del monte. Il gallo – conclude la leggenda – fu trovato morto dal freddo e quindi la città fu trasferita ai piedi del Kassar.

Naturalmente è una leggenda ma, come qualcuno avverte, ogni leggenda ha un fondo di realtà; la tradizione non ci dice niente a proposito dell’origine della leggenda e se questa si perda nella notte dei tempi, ma è singolare e forse non casuale l’elemento “gallo”, il quale secondo noi potrebbe darci quell’indizio necessario per trovare, qualora ci fosse, la sua radice reale.

Ma ritornando all’altipiano del Kassar, benché i suoi resti monumentali fossero noti e documentate fin dall’antichità da geografi o cronisti Arabi che ne citavano l’esistenza (anche con nomi diversi), dobbiamo aspettare il XIX secolo per avere indagini più scientifiche sul sito. E l’attenzione degli studiosi ufficiali venne suscitata da un articolo che Luigi Tirrito pubblicò nel 1835 sul Giornale di Scienze Lettere e Arti, il cui titolo era Ricerche sull’origine della Città di Castronuovo.

Troviamo interessante riportare, tale e quale, un passo del Tirrito tratto dal suo libro Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia, dove illustra come si siano svolti i fatti in seguito a quella pubblicazione.

Appena si divulgò per la prima volta nel 1835 dal giornale delle scienze lettere e arti per la Sicilia la notizia sui vestigi di una Città Sicanica nell’altipiano del Kassar presso Castronuovo, sebbene io non abbia un nome autorevole, molti antiquari visitarono quel luogo, e diverse istanze furon dirette alla R.Commissione di pubblica istruzione per verificarne l’esistenza. L’accesso del Professore Cavallari, direttore delle antiquità di Sicilia nel 1867 in quella contrada, e le tecniche indicazioni pubblicate dal Giornale di Sicilia, che formarono poscia l’argomento di una conferenza di Storia patria che egli diede nella Regia università degli studi, ribadirono le mie precedenti osservazioni, e per l’autorità del di lui nome destarono maggiormente il vivo desiderio di migliori illustrazioni; ma non ostante le perlustrazioni poscia dai prof. Salinas e Meli, membri della R.Commissione di antichità e belle arti in Sicilia, fatte nel Kassar, il luogo rimane ancora quasi inesplorato.

Avea però il Prof.Cavallari rilevato una pianta topografica dello scheletro della Città che esistea in quell’altipiano, e nel rimetterla alla R. Commessione avea provocato l’autorizzazione per eseguirsi gli scavi. Volendo giovarmi dei lumi di un sì istruito archeologo provocai dalla R. Commessione un fac simile della pianta medesima per pubblicarla. Richiamata a quest’oggetto dal Ministero dell’Istruzione pubblica, a cui erasi trasmessa, si conobbe il bisogno di qualche illustrazione. Nel giorno 10 dicembre 1872 fummo col Prof.Cavallari nell’altipiano del Kassar, e concordato le aggiunzioni da farsi, la pianta topografica fu colla di lui direzione dal Terzi incisa, stampata ed alligata al mio lavoro colla nota dell’egregio Direttore consegnatami.

Il Tirrito lamentava già allora la mancanza di una campagna di scavi benché ci fossero state diverse esplorazioni di autorevoli studiosi e l’autorizzazione ministeriale ad eseguirli. E infatti il Kassar fu dimenticato finché, in seguito al ritrovamento fortuito dei famosi bronzetti a forma d’astragalo, i riflettori degli studiosi si riaccesero e il sito fu esplorato dal Marconi attorno agli anni ’30 del XX secolo, per ritornare dopo qualche tempo nel dimenticatoio, ricordato di tanto in tanto nei decenni da qualche sparuto articolo di avventizi e alquanto solitari esploratori incuriositi dalle “anticaglie” del Kassar.

Dobbiamo arrivare al 1984 per avere sul Kassar una campagna di scavi, ad opera della Dottoressa Agata Villa. Ma per quanto i risultati fossero di un certo interesse, non sembrava che essi avessero avuto il clamore sperato e necessario per far varcare la loro notorietà al di là degli specialisti regionali e promuovere una vera e propria campagna di scavi a largo raggio. E comunque, confermate che le emergenze archeologiche fossero di una cinta muraria tardo romana o bizantina (ma non solo), così come la stessa Dottoressa Agata Villa affermò, i risultati degli scavi sembravano avvalorare la tesi d’identificare il qasr al gadid, citato da Ibn Athir, con Castrum Novum (Castronovo), tesi sostenuta anche dal Dott. Ferdinando Maurici (F.Maurici:Castelli medievali in Sicilia, ed.Sellerio).

Fu durante gli scavi del 1984 che chi scrive, accompagnato da un amico sul luogo dove avvenivano i saggi, ricevette assieme ad alcune delucidazioni sui ritrovamenti, un’amara considerazione, considerazione che spegneva le speranze di conoscere la storia del Kassar e che assumeva la pregnanza di una sentenza senza appello: “Il Kassar – disse, un’archeologa che eseguiva i lavori – è un sito archeologico molto importante ma, essendo così vasta la sua area, non ci sarà mai abbastanza denaro per portarlo alla luce”.

Più fortunata per il Kassar fu la campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza di Palermo nel 2005 e diretta dal Dott. Stefano Vassallo. Durante questi scavi si portò alla luce l’impianto di un lungo tratto delle mura, di alcune torri e fu portata alla luce una delle porte della fortificazione bizantina ipotizzata dai precedenti scavi del 1984. Si deve a questi ritrovamenti e alle nuove ipotesi sull’antico insediamento del Kassar, divulgate in convegni di studi o pubblicazioni dal Dott. Stefano Vassallo a cui va il nostro plauso e ringraziamento, l’aprirsi di nuovi e più ampi interessi che coinvolgono non solo l’area del Kassar.

E a conferma dell’interesse suscitato nell’ambiente scientifico nazionale e internazionale dalle ultime scoperte effettuate sul Kassar, a fine agosto un’equipe costituita da studiosi e studenti dell’Università di York e dell’Università di Roma Tor Vergata eseguirà, in collaborazione con la Soprintendenza BB.CC.AA di Palermo, una serie d’indagini preliminari che avranno la durata di circa un mese.

E’ con vero piacere che accogliamo la notizia di questo nuovo intervento sul Kassar e siamo felici di augurare a tutta l’equipe un buon lavoro con l’auspicio che i risultati siano migliori dei precedenti e che da questi si possa davvero arrivare ad una campagna di scavi che impegni tutta l’area dell’altipiano, così da svelare il segreto custodito da millenni nel suo sottosuolo. A tutti loro, studenti e professori, va il nostro fiducioso sostegno e spero anche quello di quei proprietari che da decenni estraggono con i loro aratri quanto custodito dalla terra e che quindi potrebbero dare utili indizi, nonché prove materiali.

Sebbene alcune tesi esposte dal Tirrito nel suo articolo del 1835 siano state superate da studi e ritrovamenti postumi, la maggior parte degli argomenti da lui trattati sono ancora oggetto di discussioni e d’indagine, pertanto riteniamo utile pubblicare l’articolo in questione. Per l’estensione dell’articolo originario, ne pubblicheremo una prima parte riservandoci di pubblicare successivamente la rimanente, così come successivamente pubblicheremo la pianta e la nota redatta dal Prof.Cavallari che il L.Tirrito allegò alla sua opera Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia.

Si avverte il lettore che la forma espressiva, la punteggiatura, alcune forme apostrofate nonché alcuni termini sono forme proprie del linguaggio ottocentesco. Tali forme risultano a volte astruse o errate secondo l’attuale forma grammaticale. Alcuni termini risultano ormai desueti o scomparsi nell’accezione usata dal Tirrito. Si sono anche ravvisati alcuni errori che riteniamo essere di stampa, ciononostante si è voluto rispettare e riportare fedelmente quanto scritto nel suo articolo senza alcuna correzione o attualizzazione dei termini o delle espressioni linguistiche e grammaticali.

Ricerche sull’origine della città di Castronovo di Luigi Tirrito

Ogni angolo del classico suolo di Sicilia offre all’archeologia tracce di città dirute, dalle cui rovine ci è lecito meditare qualche cosa sull’incostanza dell’umane vicende. Sin da quando i Sicani cacciati dalle coste orientali amarono meglio vivere a borgate nelle alpestri, e ripide alture delle coste occidentali, furono popolati i monti e le colline.

I Fenici inciviliti dal commercio coi popoli più lontani, e poi i Greci nelle coste marittime della Sicilia gittarono le fondamenta di tante città fiorite, che ora danno materia agli archeologi di studio, e travaglio non poco, onde aver conoscenza della grandezza, leggi, usanze, e religioni di coloro, che le abitavano. Le colonie che da poi sopraggiunsero alcune abitarono le sponde dei fiumi più o meno famosi per secondare la superstiziosa credenza di esser sacri ad un nume, e le favolose meraviglie di che la greca mitologia sopra tutte le altre è ridondante, altre dalle civili, o straniere discordie furon guidate ad abitare nei luoghi mediterranei, rupi scoscese, e dalla natura fortificate. Il fiume Lico rinomato nella storia di Sicilia per essere stato ora limite dei domini Cartaginesi, e Siracusani poi di province e quindi di Valli, in cui la Sicilia è stata più volte partita, è ancor famoso per le popolose città, che dalla sua foce alla fonte vi furono una volta fondate. Nelle sponde di questo fiume noi faremo alcune ricerche per trovare nella densa notte dei secoli trascorsi qualche traccia sul sito, e prisco nome della città di Castronovo, e per investigare l’epoca presso a poco quando fu fondata nei diversi luoghi, ove se ne trovano le rovine. Se il Lico è l’oggetto accessorio alle nostre investigazioni, del Lico principalmente dobbiamo fare qualche cenno.

Dalle alture della Quisquina parte una catena di colline, che da un lato si congiunge all’enorme picco di Camerata, e dall’altro col monte della specola, nelle cui basi è Castronovo, formando una Valle circolare in fondo alla quale il Lico ha le sue sorgive.

I torrenti, che dai burroni di tutte queste colline si fanno strada per la Valle ingrossano nella stagione piovosa il fiume oggetto di terrore agli osservatori sin dentro i confini del primiero suo corso. Questa Valle a quanto pare era chiusa da un argine, che dalla rocca denominata di San Vitale distaccandosi, congiungevasi col monte Rossino, ch’è un altipiano di base all’enorme picco di Camerata. L’impetuoso Lico coll’opera lenta dei secoli si aperse il varco tra quei balzi, che congiungevano i due monti, ora perfettamente tagliati dal profondo letto del fiume. Le argillose pietre dell’uno, e dell’altro burrone ambi scoscesi, rivali in altezza, lo stretto canale del fiume, che separa i due monti sono fisiche osservazioni, che ci persuadono di tale congettura.

Corre il fiume lasciando a destra la chiesa di San Pietro famosa per lo parlamento tenutovi il dì 10 luglio 1391 volta non meno di venti molini sino all’estremità del territorio di Camerata sempre gonfio di nuovi torrenti, e delle acque del Torbolo che scende dal monte Camerata, e del fiumicello Salso che nasce alle radici del monte Mele, bagna le rovine dell’antica Platina, da cui prende il nome, e con cui dopo tante giravolte grossissimo si perde passando per Eraclea, nel mar Lilibeo verso Caltabillotta.

Per ritornare alle sorgive del fiume il burrone vicino il canale s’innalza gradatamente, per formare una rocca inaccessibile da tutti i lati, nella cui sommità era il castro all’epoca dell’invasione degli arabi, e della conquista dei Normanni; nelle basi di questa rupe alla sinistra del Lico è il moderno Castronovo di cui favelliamo distante dalla costa maritima di Termini 22 miglia, e 40 da Palermo.

Nella sommità della rupe diverse anticaglie, come rottami di antichi edifizj, di tempi di greca forma, anditi sotterranei sostenuti da tenacissimi archi, i vecchi ruderi di una porta del Castro, gli avanzi di una fortezza inespugnabile, e di un molino a vento costrutto nella sommità di un balzo sono le maestose rovine dell’antico Castro, innanzi la discesa degli abitanti, e la redificazione della città nel declivio della rocca.

(Dal Giornale di scienze lettere e arti, vol. 49, anno 13 – 1835)

(Fine Prima Parte)

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