Tra interesse e oblio, le alterne vicende del Kassar di Castronovo (Parte seconda)

KASSAR1di GIUSEPPE BENINCASA jr – Nell’articolo “Tra interesse ed oblio, le alterne vicende del Kassar di Castronovo” pubblicato il 2 agosto, si era divulgata la prima parte di un articolo del poliedrico Luigi Tirrito (Castronovo 1801-Palermo 1886). L’articolo in questione tratta di una ricerca storica, sul suo paese natale, effettuata dal Tirrito nella sua giovinezza. La ricerca fu ampliata e corredata di documenti, statuti e quant’altro aveva trovato nelle sue consultazioni archivistiche, nell’opera che lo impegnò tutta la sua restante vita e che pubblicò in età già avanzata: Sulla Comarca e Città di Castronuovo di Sicilia.

Il manoscritto diviso in due volumi, rappresenta un lavoro immane . Ciononostante non era soddisfatto della sua opera e per questo ne tardò per tanti anni la sua pubblicazione; probabilmente il suo giudizio aveva le sue fondamenta su un suo bisogno di approfondire alcune tematiche ancora aperte a cui non riusciva di dare una sufficiente dimostrazione e pertanto riteneva il suo lavoro ancora “incompleto”. In realtà non esisteva lavoro più completo che parlasse della Città di Castronovo e della sua antica comarca. È doveroso riportare un giudizio espresso su tale opera da uno dei più accreditati studiosi siciliani di storia medievale, Ferdinando Maurici, il quale in un suo articolo dal titolo Problemi di storia, archeologia e topografia medievale nel territorio di Castronuovo di Sicilia in provincia di Palermo pubblicato in Terze giornate internazionali di studi sull’Area Elima (Gibellina – Erice – Contessa Entellina, 23-26 ottobre 1997) Atti II, pp. 756 scrive:

Nel secolo passato il territorio di Castronuovo di Sicilia fu oggetto di una delle migliori indagini che la storiografia ‘municipale’ siciliana possa vantare. I due volumi Sulla città e comarca di Castronuovo di Sicilia di Luigi Tirrito sono un capolavoro del genere, come testimonia anche la recente ristampa dell’opera. Le indagini di Tirrito si avvalevano di una buona padronanza delle fonti edite e della diretta conoscenza del territorio e delle sue numerose emergenze monumentali, archeologiche, ambientali. Laddove poi le conoscenze dell’autore non erano sufficienti, come nel caso della descrizione ed interpretazione delle mura del monte Cassar o Kassar (sulle carte IGM ‘Cassero’), la parola veniva lasciata ad un archeologo quale Francesco Saverio Cavallari.

Pubblichiamo adesso la parte seconda dell’articolo del Tirrito che suscitò l’interesse di studiosi più accreditati e che costituì l’embrione da cui si sviluppò la sua opera maestra.

È utile ricordare al lettore quanto detto nella prima parte a proposito del linguaggio usato e cioè che la forma espressiva, la punteggiatura, alcune forme apostrofate nonché alcuni termini sono forme proprie del linguaggio ottocentesco. Tali forme risultano a volte astruse o errate secondo l’attuale forma grammaticale. Alcuni termini risultano ormai desueti o scomparsi nell’accezione usata dal Tirrito. Si sono anche ravvisati alcuni errori che riteniamo essere di stampa, ciononostantesi è voluto rispettare e riportare fedelmente quanto scritto nel suo articolo senza alcuna correzione o attualizzazione dei termini o delle espressioni linguistiche e grammaticali.

(…) Ma della longeva origine di Castro poco vanto sarebbero le rovine sulla rupe frammischiate di Arabi e Normanni edifizi, se altre di una più remota antichità non se ne trovassero sul monte della specola, nella contrada che tutt’ora dall’antica esistenza del Castro dalla voce araba Kassar, Kassir, Kassareem, castrunm vel palatium è denominata Cassaro. Vi ha chi pretende vedere tra quei ciglioni i rottami di un anfiteatro, di che, se non ho le traveggole, nemmeno se ne scorgono le vestigia. Rovine disperse qua, e là per un’ampio suolo, ed alcuni ruderi di una porta ben grande sono le sole anticaglie che hanno scampato dalla mano distruggitrice del tempo, e dal vomero dell’industrioso agricola che converse in campi aratori quel suolo ove stava l’antica città.

Era sul Cassaro dunque il Castro, poi sulla rupe di San Vitale, e finalmente nelle basi di essa, ove attualmente trovasi.

Se le vicende dei tempi concorsero a seppellire nell’oblio i fasti, e il nome di quella città, gli storici sopra tutto consentirono a dimenticarla, poiché all’annunzio del Gaetani che disse oscurissima la remota origine di Castronovo nessun storico volle deciferare la questione, onde penoso a noi riesce disepellire qualche cosa in tanta carenza di testimoni. Innanzi d’investigarne la denominazione percorriamo quali Città eranvi nelle sponde del Lico, o Platani. Alla sorgiva del Lico, Cluverio colloca Margina, e Plutarco in Timoleonte parla di Ancirina le cui rovine non si ritrovano in quei luoghi Tolomeo mette sotto lo stesso grado 38 36I 45II Cotirga, e Cocirum nelle sue tavole, vicinanza sospettosa, dice Cluverio di due castri greci a sì poca distanza, e Fazello forse da questo si mosse a trasportare Cotirga nel Valdemone a benché uniforme sia il consenso degli storici nel collocarla nei confini dei Sicani ch’estendevansi sino al Lico, e all’Imera Cotyrga oppidum dirutum antiquissimum in finibus sicanorum circa Heracleam stetisse etiam liquet. Mazza giudica essere stata Cotirga alla destra ripa del Platani, ove giacciono prostrese molte anticaglie. Nelle tavole di Tolomeo in vece di Cotirga a tal sito si vede Corconiano secondo alcuni, o Corcoviano secondo gli altri, città nella via, che conducea a Girgenti presso il fiume Platani secondo vediamo dall’itinerario di Antonino: L’annotatore di questa opera crede che Corcoviano sia la stessa che Cotirga, da quel parere non dissente il nostro Paruta che che ne pensi il Cluverio credendola diversa da Corconiano. Di Ancirina Cluverio vuole essere quelle rovine prostese a sette miglia da Eraclea alla foce del Lico. Niuna traccia evvi delle rovine di Margina.

Una città rivale in grandezza ma più antica della stessa Eraclea Minoa, ed alla direzione di essa nei confini dei Sicani rammentano i greci scrittori delle cose di Sicilia, di nome Crasto, soggiorno una volta dei Sicani, ai quali apparteneva. Fazello e Perrelli senza alcuna storica autorità collocano Crasto nel Val Demone vicino Arcara contrada molto lontana dai domini dei Sicani, come D’Amico e altri han solennemente dimostrato sull’autorità di Cluverio, che ne rapporta l’origine, e le vicende. Questa città per consenso di molti Storici era in direzione di Eraclea nei confini dei Sicani, dai quali fu fondata; Fazello in vece di Crasto la dice Castrum, che il fra Remigio traduce Castro e le annotazioni D’Amico a quel libro sviluppano l’equivoco del sito, e del mutamento del Crastum, in Castrum.

Erodoto riferisce il lungo racconto della spedizione in Sicilia di Dorieo Lacedemone, e sull’autorità di lui Cluverio narra le vicende di quel capitano coi Sibaritano, e quindi coi Crastini Fenici e Segestani.

Dorieo Lacedemone per consiglio di Lajo fu incitato a venire in Sicilia per conquistare la regione Ericina una volta posseduta da Ercole suo avito. L’oracolo Delfico favorì il disegno dell’ardito capitano, e con un esercito passò in Italia. Fervevano le discordie tra i Sibaritani, e i Crotoniati, egli fu sollecitato da questi per congiungere alle loro le sue forze contro i Sibaritani, circostanza che i Crotoniati contrastano per quel natìo orgoglio di non essere stati mai comandati da straniero capitano; che che ne fosse di ciò venuto in Sicilia, e sconfitto dai Fenici e dagli Egestani, che gli contrastarono il passo colle reliquie del suo esercito ebbe tanto valore di occupare Crastin, o Crasto che dal bosco sacro a Minerva Crastina presso il bosco mentre ferveva la guerra contro gli Elimi, ed Egestani.

Crasto era rinomata per la grande bellezza delle sue donne secondo lasciò scritto Polemone; e Neante nel libro degli uomini illustri pretende che la famosa Laide fosse Crastina e non Iccarese; lasciando ad altri il pensiero di procurare una patria a questa cortigiana, e più per noi lodevole investigare se il dotto Epicarmo fosse Crastino.

Epicarmo inventore della commedia seconda Suida era o Crastino, o Siracusano. Teocrito nel XVII epigramma lo dice Siracusano, e l’iscrizione apposta nella statua eretta a di lui onore in Siracusa tale lo annunzia; se pure il lungo soggiorno di Epicarmo in Siracusa, e la cittadinanza che ne godeva non l’abbia fatto reputare Siracusano, benché fosse Crastino. Veramente la celebrità di Epicarmo fa disputare della di lui patria, come fu di Omero; e Coo, Megara di Sicilia, Crasto e Siracusa aspirano all’onore di avergli dato i natali.

Tucidide rammenta Crasto presso Imera, che da Cladio Aret. si crede essere Castronovo; D’Amico annotando il Fazello a quell’articolo, che di Castronovo commenda l’antichità, pare che voglia riferirlo all’antica Crasto, e sull’autorità di essi non mi fermerei perché dubiosa, se il chiarissimo Airoldi profondo conoscitore della Storia antica di Sicilia non avesse affermato che Crasto sia il moderno Castronovo. Le sette tavole geografiche dell’antica Sicilia nell’epoca favolosa greca romana bisantina saracena e normanna sono un prezioso monumento del di lui sapere, e grande favore ne riceverebbero le lettere, se le dissertazioni inedite da lui scritte in comprova delle tavole topografiche, che ancor sono oziose presso gli eredi di lui, fossero messe a pubblica luce.

Una tavola, ed è la prima, incisa d’Aloja presenta un parallelo geografico dei nomi delle antiche colle moderne Città. Nella seconda tavola, dall’epoca favolosa sino al 759 avanti l’era volgare figura per sito geografico uniforme a quello di Castronovo Crasto, benché il LIco si fa nascere dai monti Nebrodi; nella seconda, che riguarda l’epoca greca, Crastus, è poco distante da Petrina: sparisce poi nell’epoca romana sino all’anno 364 dell’era nostra, ove in vece si vede Cotirga nello stesso sito geografico; risorge Crastus alla epoca bisantina, collocata alla sorgiva del Lico, che prende posizione più esatta; all’epoca saracena, prende il nome di Castra nel numero del più, facendo mutare sito all’r, e Castrum novum è detto nell’epoca normanna; fu ben facile a’ Saraceni innovatori della lingua, usi e religione dei Siciliani pronunziare Castra, per Crastin, o Crastus; poiché volendo riferire il nome mitologico ad un significato più proprio parve più espressivo il castra, castello, città, che il Crastin sopranome di un nume greco ignoto agli Arabi; e se per ignoranza, o corruzione di lingua tal mutamento potè avvenire non è da farne meraviglie, poiché anche i moderni traducono Castrum novum, Castel nuovo locchè porta equivoco nella geografia sicula, perché vi à Castelnuovo, e Castronuovo; anco nel linguaggio volgare si pronunzia, Crastunovu, per Castrunovu. Se gli Arabi dunque dissero Castra, l’antico Crasto fu ben facile poi ai normanni, quando Roggiero venne ad occuparla per la costruzione di nuovi propugnacoli ed edifizi chiamarla Castro nuovo, perché nuova forma da quei riattamenti; se pure i Saraceni non la denominarono anco per queste cose Kassar nubu.

La consensuale testimonianza degli storici nell’affermare l’antichità di Castronovo favorisce l’innesto, che io propongo con Crasto.

Gaetano fu il primo a reputare antichissima, ed insieme oscura l’origine di Castronuovo credendola città greca per i monumenti, che ne fanno testimonianza; i Bollaudisti dopo lui nella raccolta della vita dei santi, parlando delle notizie di S.Vitale nato in Castronovo nell’ottavo secolo, affermano che furono ricavate da un greco scrittore sincrono, il cui codice non rammento in quale biblioteca si trovi. A quell’autorità si stiedero il Pirri, D’Amico, Massa nella Sicilia in prospetto, Villabianca nella Sicilia nobile e lo stesso Fazello nelle sue deche, reputando bastevole per essi annunziarne la sola antichità senza investigarne la primitiva denominazione.

Le ossa gigantesche diseppellite nella contrada del Cassaro, ove era l’antico Crasto, le pitture greche che si vedono nelle pareti delle chiese dirute, il fonte battesimale perforato, che ancor si conserva nella chiesa di Santa Maria dell’Udienza, e le greche e latine iscrizioni, furono gli argomenti della remota origine di Castronovo.

Tra le iscrizioni greche, latine, e gotiche di quella Città non so per quale ragione si è celebrata la sola lapide sepolcrale latina che una volta era nella chiesa maggiore del monte, poi trasportata sin dal 14 secolo nella nuova chiesa maggiore. Questa iscrizione par che alluda alla rinomanza di una donna chiamata Placidia perché fu moglie di un sol marito, come il chiarissimo Muratori traduce l’univera, univira, o unius viri conjux.

Vedo celebrata l’iscrizione medesima da Gualterio che fu il primo a metterla a pubblica luce da Torremuzza da Pirri e da tanti altri; ma non vedo qual ragione di celebrità può avere una donna scurissima per essere stata, se pur fu vero, fedele al suo solo marito. Tanto travaglio però non è dell’intutto perduto; l’epoca che annunzia è un indizio della vetusta origine di Castronovo. L’anno vigesimo nono dopo il consolato di Basilio secondo la lapide è il 1322 della fondazione di Roma, il 570 dell’era nostra; da ciò abbiamo un punto preciso, che a quell’epoca la Città era sulla rupe, ove ancora si sono diseppellite fra tante altre alcune monete romane coll’effigie dell’imperatore Godriano in alcuni scavi fatti eseguire dall’ex-olivetano abbate Tramontana amatore delle cose patrie.

M’incresce però annunziare l’iscrizione della lapide indicata da Pirri e da Gaetani ch’esisteva nella chiesa di san Pietro, non decifrata da Gualterio, e che un prete cameratese ai miei tempi se la portò via impunemente; in essa si leggeva:

                                                                               II AA XAIPE

Prendendo le lettereIIper iniziali, colle due primeAAesprimerebberoImmortali Iovi augustae augustie la parolaXAIPE-salutem valeinterpretazione data in primo luogo da un inedito libro dell’arciprete Mastrangelo che vado a rendere pubblico nella libreria del Senato, e conosciuta regolare dai moderni ellenisti. Questa iscrizione alluderebbe all’epoca greca quando il castello era sul Cassaro, ove sono le rimarchevoli anticaglie.

Per raccogliere ora il quadro delle cose narrate, io penso da tutto ciò che il Crastus o Crastin di Erodoto, e di Stefano era quello sul Cassaro nell’epoca favolosa, e greca per essere quella una Città fondata dai Sicani nei confini dei loro domini; che conquistata la Sicilia dai Romani, forse per la resistenza, che si fece dai Cartaginesi dai quali era posseduta, andò in rovina, e gli abitanti sen girono ad abitare la rupe attaccata per un lato al monte della specola e del Cassaro: forse per questo nell’epoca romana, non si trova più Crastus, ma Corconiano, che da quanto abbiam premesso era la stessa che Cortirga. Gli Arabi poi facendo novità nei nomi delle cose e forse per quanto essi vi fecero di nuovo la dissero Castro nuovo.

Ma di una Città col nome di Cassaro fa menzione Speciale messa fra quelle che tumultuarono contro il re Federico; circostanza, che f’è incorrere uno dei nostri più accurati scrittori, il De Gregorio, nell’errore che Castronovo a quel epoca dicevasi Cassaro. Quantosivoglia grave l’autorità di quel filologo non può impormi al certo fino a credere che nel secolo XIII ancor vi fosse uso di chiamare Cassaro Castronovo, che più in quella contrada non esisteva da molti secoli innanzi, mentre i Normanni la denominavano Castronovo, e nella storia del Novairo scrittore delle cose arabe anche in tale modo viene chiamata.

Malaterra scrittore sincrono delle cose Normanne, rammentando la conquista, che Ruggiero fece di quel castello, per opera di un mugnajo, che lo fece padrone della rocca, cacciandone Beco che la reggeva per gli Arabi non dice che fu da Ruggiero riedificato sull’antico Castro distrutto dagli Arabi, come altri preteso, ma soltanto di aver costrutto una fortezza accanto alla prima, e di aver innovati molti edifici a maggior sicurtà del castello.

Il dominio di Beco, o Bettune secondo Fazzello, offre a noi grave argomento dell’importanza della Città, ed ai pubblicisti della feudalità Arabo Sicula; poiché se per ipotesi l’opinione di Dragonetti fosse di qualche peso al dominio feudale degli Arabi, Castronovo dovea essere abbastanza popolato per darsi in feudo a Beco, quel potente Arabo, che nel fuggire da Castronovo profuse tanto danaro per tendere insidie a Ruggiero, a cui gli Arabi in quel castello uccisero il suo commilitone Guiscardo. L’ingegnoso Vella nel famoso codice diplomatico affastellando molte verità alle bugie mostra quella Città popolata di 13716 abitatori affidata al governo di un cittadino di nome Jacob che pe gli Arabi la reggeva. Tanti casali che lo circondavano per ogni parte al tempo degli Arabi, e che esistevano sin dopo due, o tre secoli dalla conquista dei Normanni ci persuadono, che doveva quella Città essere più popolosa.

Alla distanza di uno stadio dalla rupe eravi il casale di Santa Maria la Bagnara nel sito ove al 1625 vi fu eretto il convento dei padri Cappuccini; casale abitato sino al decimo settimo secolo, e ch’ebbe tale denominazione dal cenobio, o gancia de’ Cirsteciensi della regale abbazia di Santa Lucia di Noto, e Palazzolo dipendenti insieme alla gancia di s.Pietro la Bagnara di Palermo dal monastero di S.Maria dei 12 apostoli di Calabria, poi dopo l’abolizione dell’ordine aggregata, colle chiese. E gancie suffraganee alla Basilica di s.Giov.Lateranese di Roma. Quel casale era di pertinenza di Arnolfo e di Giamo de Milatio, i quali lo donarono ai cenobiti di s.Maria la Bagnara come fa testimonianza il diploma di Ruggiero II del 1117, confirmato da Clemente VII colla bolla de’ 10 dicembre 1188 incisa nella lapide esistente nella chiesa di San Pietro la Bagnara di Palermo.

Rahal Xacca voce dall’arabo Rahal Sciak, casale divionis, era a due miglia da Castronovo, e a quattro da Biccaro, Vicari; pare a quanto n’esprime il nome che fu abitato da gente per qualche civile discordia separata dalla città; Dalla vendita che ne fu fatta nel di 27 ottobre 1428 presso damiano Sanfilippo notaro in Lentini, confermata con diploma viceregio dato in Palermo a 12 marzo 1430 desumo che a quel tempo il casale esisteva nella dipendenza di Castronovo.

Rahal mingili dall’arabo Rahal Kassi casalefalcis messoriae nome che indica la fecondità del suolo che quel feudo ancora conserva. Nel censo del 1299 questo casale apparteneva a Raffaele D’Aurea ed a’ tempi di Pietro Bellacera che ne fu investito da Filippo IV nel 1643 tuttavia era abitato.

Il casale di Riena forse non esisteva al tempo degl’Arabi. Nel censo del 1296 ne vedo soltanto fatta menzione perché era clientela di Andrea Corrado, e nel 1320 Corrado di Riena ancor lo possedeva; ma pervenuto in dominio dei padri Olivetani di San Martino fu abbandonato.

Rafalzafi all’occidente dalla voce saracena Rahal safi, casale castri vel palatii, era un casale popoloso, e in varj punti del feudo traslocato.

Verso la stessa direzione a cinque miglia da Castronovo eravi il casale di Melin, o Melita poco distante dal vecchio monastero di santo Stefano dell’ordine di San Basilio nel non secolo abitato da San Vitale. Carlo D’Angiò toltolo a Nicolò Maletta nel 1228 lo diede in clientela a Raimondo de Podio. Cacciati i Francesi dai vespri siciliani Matteo Maletta recuperò il casale, ma dissipato avendo la vistosa dote di Fiorenza Calvello di lui moglie, da Giovanni Calvello fratello di lei gli fu il casale distratto in sicurtà della dote. Quando Simone Calvello con reale diploma dei 10 marzo 1453 ne fu investito, ancora il casale esisteva nella dipendenza di Castronovo.

Nessuna analogia io trovo colle moderne contrade del casale di Rahal Kassi dall’arabo casale ubi aegipti panni conficiuutur cum serico, forse le rovine denominata la Turricella appartengono a questo casale.

Ma per tacere di tanti altri il casale di s.Pietro alla destra sponda del fiume platani dovea essere ragionevolmente più popoloso, e antico. Ruggiero Bernaviglia lo concesse coi molini alla chiesa vescovile di Patti nel undicesimo secolo; a quel sito, a quanto ho potuto conoscere, vi sono anticaglie forse di quel propugnacolo presidiato da’ Cartaginesi come limite dei loro domini coi Siracusani. La chiesa di san Pietro, da cui prese il titolo accolse il famoso parlamento del 1391 con cui Martino, e Maria Aragonese furono esclusi dal regno come scismatici collegandosi i baroni a Ladislao re di Napoli ed al papa Bonifacio. Un’ assemblea così popolosa pare improbabile che si fosse radunata in una chiesa di campagna, se il casale non era di qualche considerazione.

Ci rimane finalmente a vedere verso qual epoca abbandonata la rocca si costrusse la nuova città sotto il monte della specola.

Da molte circostanze io desumo, che nelle basi della rupe eravi, al tempo degli Arabi, abitazione, specialmente nel quartiere ancor denominato del Rabato voce Araba denotante Borgo, popolato di gregari. Le mura, ed i bastioni, da cui la città nel basso è circondata sono de’ tempi del baronale dominio. Nella via che dalla città si salisce al monte ancor sussistono i fori, ed i ruderi di un’antica porta denominata di mezzo che divideva certamente gli abitanti della rupe da quelli del borgo. I ruderi nella porta grande, e porticella ora nel centro della nuova città, ci dimostrano che l’abbandono della rupe ebbe luogo insensibilmente a misura che lo spirito dei tempi dava sicurezza agli abitanti di scendere nel basso, lasciando quel clima incommodoso nel sito fortificato della rupe, con la quale vi fu communicazione finchè venne dell’intutto ad abbandonarsi.

Sta tuttavia sul monte la chiesa della Madonna dei Miracoli avanzo di un ospizio dell’ordine Teutonico, ora abellita dall’ottimo patriota ex olivetano abbate Tramontana. Questa ci offre argomenti più certi sull’epoca precisa dell’abbandono del monte.

L’ordine dei Teutonici secondo Inveges gittò le fondamenta della casa della Magione in Palermo nel 1150, e secondo Pirri nel 1163 sotto il regno di Guglielmo. Nel primo secolo della loro dimora fondarono i Teutonici l’ospizio suddetto sul monte, del che ne persuadono molti acquisti fatti dal loro precettore nel 1291 nel 1301 1302 1372 e così di seguito nei rogiti di Maltamutio, Papaleone e De Neapoli notari di Castronovo; se la città a quell’epoca fosse stata nel basso, sarebbe stato folle divisamento di quei buoni padri di collocare il loro ospizio in un alpestro angolo della rupe, isolato, e lontano dal commercio degli abitanti; bisogna dunque credere, che la città nel 13 secolo era ancora nella rupe, e che nel basso vi era il solo borgo abitato da’ contadini, ove i Teutonici acquistarono delle case, come resulta dagli atti dal Mongitore riferiti. Questa forte congettura è poi corroborata da due storiche circostanze, l’edificazione del convento dei minori conventuali fatta da Ottobono de Auria nel 1346 e l’erezione della nuova Chiesa maggiore dedicata alla sacra Triade verso l’epoca medesima. Questi due edifici eretti sotto la rupe ci convincono che nel 14 secolo la città era nel basso, e che il monte si era abbandonato, mentre ancora verso l’epoca medesima nel vecchio archivio della chiesa maggiore si perdono le tracce della communicazione di questa colla parrocchia di san Giorgio ch’esisteva sul monte.

Queste poche cianfrusaglie che ho per ora affastellate pare che portano qualche dilucidazione sulla materia, di cui abbiamo ragionato, serbandomi altra volta dire qualche cosa sulle vicende del baronale dominio di Castronovo, le di cui chiose da me diseppellite influiscono a molti aneddoti di storia e di dritto pubblico, e sulle produzioni che quel vasto territorio offre al curioso naturalista.

(Dal Giornale di scienze lettere e arti per la Sicilia, vol. 49, anno 13 -1835, Palermo, pp.174-189)

(Si avvisano i lettori che completeremo questo ciclo dedicato al Kassar di Castronovo con la pubblicazione prossima della pianta topografica e della nota redatta dal Prof. Cavallari e pubblicati nell’opera di L. Tirrito “Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia”)

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