La Castronovo dei mulini e del grano: un’analisi critica

Nel convegno sulla “Via dei Mulini” svoltosi il 13 dicembre scorso sono state presentati, in alcune diapositive, estratti di fonti e di documenti che dimostrano la presenza di un’antica attività molitoria legata ad una coltura cerealicola la cui esistenza, in assenza di fonti, si poteva soltanto ragionevolmente ipotizzare o dedurre da considerazioni climatiche e morfologiche del territorio. Ma le fonti storiche e documentali citate nell’intervento permettono sì di dare certezze sull’esistenza in periodi remoti di mulini lungo l’alta valle del Platani e nelle strette vicinanze di Castronovo, ma nulla ci dicono su quanto numerosi fossero e sull’entità della produzione cerealicola. In questa sede tenteremo di fare un’analisi più approfondita e critica dei documenti in nostro possesso, anche alla luce di alcuni recenti studi che possono fornirci ulteriori elementi utili alla comprensione di aspetti poco conosciuti della storiografia locale come per esempio è senza dubbio quello legato all’economia del grano e della molitura.
La presenza di un numero così considerevole di mulini nelle strette vicinanze di Castronovo non può essere giustificata dalla cospicua e diffusa presenza della risorsa acqua e tantomeno può essere motivata da una numerosa popolazione cittadina la quale non ha mai avuto un gran numero di abitanti, anche enumerando quelli dei numerosi casali dispersi nel suo vasto territorio, molti dei quali parecchio distanti dal centro cittadino. E al momento non possiamo giustificare il numero dei mulini e la loro concentrazione tenendo conto dei fabbisogni dei paesi viciniori la cui scarsezza di risorse idriche poteva renderne problematico l’impianto di propri.
La concentrazione dei mulini era così elevata che la spiegazione, è nostra convinzione, va ricercata altrove. Si consideri, per esempio, che dal quartiere Rabato si dipartivano a cascata, uno dietro l’altro, in uno spazio di circa 200 metri almeno 7 mulini e un altro di cui ancora sono visibili i ruderi attingeva acqua dal Fonte Regio e solo per considerare quelli, per così dire, urbani. Quindi il motivo di un numero così consistente di mulini nel nostro territorio deve risiedere su aspetti che non siano solo l’abbondanza di acque o della produzione cerealicola.
L’intervento sopra citato, dal titolo “La Castronovo dei mulini e del grano nelle fonti documentarie”, aveva l’intento di mostrare alcuni documenti che davano una conferma storica ad una presupposta antica attività di macinazione legata ad una più o meno estesa coltivazione di cereali, in cui la coltivazione del grano dovesse essere preminente. In realtà uno studio più critico ci permette di ipotizzare uno scenario un po’ diverso da quello che ad una prima osservazione ci può apparire. Partendo dai documenti presentati nel convegno ci proponiamo di analizzarli nelle loro possibili implicazioni, inquadrandoli nella più ampia situazione economica e politica siciliana. Le conclusioni a cui perverremo saranno per certi versi inattese, proponendoci una diversa chiave di lettura su un periodo della nostra storia straordinariamente dinamica e mutevole nei suoi aspetti economici e sociali.
La prima fonte storica a noi conosciuta ci parla di un mugnaio nella Castronovo araba (Rif.diapositiva n.2)-Nel 1077 un monaco di origine normanna, Goffredo Malaterra, al seguito del conte Ruggero d’Hauteville riportò la cronaca della rivolta di alcuni cittadini di Castronovo i quali stanchi dei soprusi del loro signore, l’arrogante e tirannico Bechus, favorirono la conquista normanna della città; il Malaterra scrisse : – “Ea tempestate quidam saracenus, Bechus nomine, Castrum-novum possidens, illic morabatur. Erat autem idem vir magnae superfluitatis et arrogantiae, unde et ipsos suos fideles levitate sua, interdum diversis contumeliis afficiens, sibi infideliores reddebat. Hic quadam die cuidam molendinario suo iratus, ante se invitans, verberibus deturpavit……….” (Gaufredi Malaterrae- De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius, libro III, capitolo XII)
In questa cronaca si fa riferimento ad un molendinario, il quale ci conferma che alla data della cronaca esisteva già un mulino anche se non si evince l’esatta tipologia e collocazione sebbene si pensi al mulino a vento la cui esistenza viene ricordata dalla tradizione popolare e a cui viene associato un rudere a base circolare situato nella sommità del Colle San Vitale.

Nel 1094 la Città di Castronovo, benché fosse amministrativamente indipendente, si trovava sotto la signoria della Contessa Eleusa, figlia di Serlone e nipote di Tancredi d’Hauteville. La contessa Eleusa pronipote del Gran Conte Ruggero, era andata in sposa al prode Ruggero di Barnaville copertosi di fama e gloria durante la prima crociata, cantato anche dal Torquato Tasso e dall’anonimo autore della Chanson d’Antioche che gli dedicò l’intero quarto paragrafo del VII canto. In quell’anno, nell’A.D. 1094, Ruggero Barnaville concesse al Monastero di San Bartolomeo di Lipari la chiesa di San Pietro posta nell’omonimo casale a qualche chilometro da Castronovo:

iscrizioneRogerius de Barnavilla, assentiente Eliusa uxore sua, dedit in territorio de Castronovo Ecclesiam S.Petri cum terris, viginti villanis…” (R.Pirri, Sicilia Sacra vol.2 pag.771)
(Rif. diapositiva n.3)-Successivamente, nel 1108 Giovanni Stratigoto di Castronovo, su ordine di Re Ruggero, diede il possesso delle terre e Chiesa di San Pietro al Vescovato di Patti delineandone i confini del possedimento: “In nomine patris et filii, et spiritus sancti amen. Anno ab incarnatione Domini nostri Iesu Christi, X indit.milles.centes.octavo, 1108, decima septima Martii. Venerabilis Ioannes Stratigotus Castrinovi, Ubs de Micia, Guido de Ginallaria, Rogerius Canonicus S.Mariae, Nicolaus Praesbiter, Ugo filius Arnulfi, Landinus Caytum Castrinovi, Bumulumele, etc. Ad dividendas terras Sancti Petri et hoc praecepto domini Rogerii Comitis: Principium divisarum terrarum S.Petri est Castellonem et descendit divise per vallonem usque ad flumen Castrinovi, et transeunt flumen et ferunt ad molendinum et inde…… descendunt ad magnum vallonem ad petram tabri, et descendunt per veterem molendinum et…..
(L.Tirrito, Sulla Città e Comarca di Castronuovo di Sicilia-Vol.I pag.127-128)

Le diapositive n.4 e n.5 rimandano al contenuto di due documenti notarili (vedasi “Tabulario della Magione di Palermo”, a cura di Elisabetta Lo Cascio), trovatesi nell’archivio di stato di Palermo. I due documenti parlano di altrettanti mulini sul fiume di Castronovo ed in particolare uno nei pressi del fiume ( non viene specificata denominazione) e l’altro sul fiume chiamato Molendinum Supranum.
L’importanza di questi due documenti, piuttosto che sulla presenza dei mulini, risiede più sulla storia dei frati teutonici di Castronovo le cui tracce sebbene siano numerose non fanno sufficiente luce sul ruolo e sull’importanza dei loro Hospitia nella nostra Civita, la quale addirittura sembra abbia voluto cancellarne le orme come si evince in alcuni documenti; emblematica la vicenda dell’unica testimonianza diretta arrivata fino a noi e scomparsa, si dice, qualche decennio fa; ci riferiamo alla famosa campana della chiesa della Madonna dei Miracoli in cui si trovavano incise delle lettere e la data 1265 (si veda la relativa slide in “Castrumnovum tra hospitalia, stationes e itinerarium peregrinorum”).
Fin qui l’esamina delle slides ci porta soltanto alle seguenti conclusioni: a) nel 1077 esisteva un mugnaio (molendinario) e quindi un mulino forse a vento; b) nel 1094 nei pressi del Casale San Pietro vengono annoverati due mulini di cui uno aggettivato come “veterem molendinum” e che il Tirrito identifica con il mulino chiamato Cuntissa; c) in due documenti del tabulario della Magione di Palermo vengono citati altrettanti mulini, un mulino posto presso il fiume di Castronovo di proprietà di un certo Iaconus Petrus de Alamanna (probabilmente un teutonico) e un altro denominato molendinum supranum: niente si può dire se questi due mulini siano gli stessi citati nei diplomi normanni del 1108.

Nella diapositiva n.6, viene menzionato il contenuto di una lettera che Re Pietro, durante la guerra del Vespro, invia ad alcune Città a lui fedeli affinché forniscano un certo quantitativo di vettovaglie per il sostentamento del suo esercito. La civita di Castronovo aveva già inviato un certo numero di Cavalieri ad ingrossare le fila del suo esercito, adesso era invitata ad inviare vettovaglie. L’interesse di questa lettera sta nello specificare i quantitativi di quanto richiesto: “…De Castronovo, frumenti salmas CCC, salmas ordei CCCC, vacas L, porcos C, castratos CCCC”. Analizzando analoghe richieste fatte ad altre città demaniali o feudali, si evince che queste siano commisurate alla capacità delle singole Universitas di soddisfarle sia nella tipologia che nella quantità. Ad esempio, abbiamo che la Città di Cefalù contribuì con del vino probabilmente perché le vigne erano le colture prevalenti: “ de Cephaludo vini salmas mille”. Mentre Cammarata contribuisce con uguali tipologie e quantitativi similari a quelli di Castronovo: “de Camerata frumenti salmas ccc, ordei ccc, vacas L, porcos cc, castratos ccc” (cfr. De Rebus Regni Siciliae).
Da una prima valutazione possiamo dedurre che la Città di Castronovo contribuì con un notevole quantitativo di animali, soprattutto castrati.
Ma ritornando al grano, la richiesta fatta da Re Pietro può farci azzardare una stima, seppur grossolana e non scevra di errori, sulla produzione cerealicola di Castronovo. Nell’antico sistema metrico siciliano, per gli aridi una salma di peso era equiparata a circa quintali 2,54 (vedasi “Codice Metrico-Siculo diviso in due parti”, Palermo dalla Reale Stamperia 1835) ma, come nello stesso trattato viene evidenziato, le misure variavano da Vallo a Vallo e all’interno dello stesso Vallo spesso c’erano differenziazioni tra Città e Città. Da quanto tramandato dai nostri agricoltori, sembra che la Salma di grano fosse pari a 2,24 quintali e sebbene a causa di queste differenze sia difficile stimare a quanto ammontasse la quantità di grano o orzo richiesta da Re Pietro, con tutte le approssimazioni del caso possiamo stimare che dovessero variare tra 672 e 762 quintali per il grano e tra 896 e 1016 quintali per l’orzo. È stimato che il fabbisogno di un uomo fosse di circa 1 salma di frumento all’anno, ciò vuol dire che Castronovo fornì il fabbisogno annuale di grano per 300 armigeri.
Ancor più interessante sarebbe fare una stima dell’estensione di terreno coltivata a cereali. Ebbene tenendo sempre presente che una stima esatta non è attualmente possibile, per la scarsezza dei documenti in nostro possesso e per le differenze esistenti nei sistemi di pesi e misure, possiamo tentare di formulare qualche ipotesi su cui riflettere. Da alcuni riveli e documenti riguardanti la produzione di grano nella Sicilia del XVI secolo, risulta una produzione media per le zone più interne pari a 1hl per ha, da ciò possiamo ottenere una stima approssimata di quanto fosse l’estensione di terreno coltivata a granaglie necessaria a soddisfare le richieste di Re Pietro. Per gli aridi abbiamo 1hl=2,75 salme, quindi 1 ettaro di terreno coltivato produceva circa 2,75 salme di grano e supponendo senza grossi errori la stessa produzione per ettaro per l’orzo, otteniamo che l’estensione di terreno coltivato per produrre 300 salme di grano e 400 salme di orzo era in totale circa 255 ettari. Ora considerato che l’estensione territoriale della Civita castronovese era circa il doppio di quanto di quella odierna e cioè poco più di 40000 ettari, si trova che la percentuale di terreno coltivato a grano e orzo era lo 0,63% del totale.
Le diapositive n.7 e n.8 sono tratte dai “Capitula et Statuta ordinata per Universitatem Terrae Castrinovi, approvati da Re Martino nel 1401”. La slide n.7 riporta il capitolo 8 in cui viene imposto il divieto di pascolo e di fare fuochi su un’area delimitata i cui confini sono il vallone di Cacagliommaro, il vallone delle Cataratte, il fiume di Castronovo (il Platani) dove c’era il mulino Bonacolta (il mulino i cui ruderi sono accanto all’attuale Ponte Vecchio). La zona delimitata corrisponde essenzialmente a quella conosciuta come “Costa dei Preti”.
La diapositiva n.8 riporta il capitolo 25 nel quale si dà all’ Universitas di Castronovo il privilegio d’imporre una sanzione risarcitoria se il mugnaio per qualsiasi motivo danneggiava o sottraeva (devastaverit) la farina altrui.
Questi due capitoli ci parlano di un mulino (mulino Ponte Nuovo) fino a qualche decennio fa ancora in funzione, di un Vallone Chandichitichuki (secondo L.Tirrito, voce araba che sta per Vallone di Giacomo) e della concessione del privilegio dato ai giudici di Castronovo di sanzionare la sottrazione o il danneggiamento della farina da parte del mugnaio.
Le diapositive n.9 e n.10 riportano i capitoli 4 e 8 dei “Capitoli e Privilegi, approvati da Re Ferdinando il Cattolico il 9 gennaio 1499” (nella persona del suo Vicerè Antonio Sollima). Nel Capitolo 4 l’Universitas di Castronovo chiese ed ottenne la licenza d’imporre una gabella sopra il frumento e l’orzo destinato al commercio che veniva raccolto per i forestieri di questa Città e del suo territorio, escludendo il frumento e l’orzo dei loro contadini. Nel Capitolo 8 l’Universitas di Castronovo chiese ed ottenne che fino, all’estinzione del debito di 8000 fiorini, venisse imposto a tutti di non far entrare farina che non fosse stata macinata nei suoi mulini e tale divieto venne esteso ai suoi stessi cittadini: “tantu chitatinu, comu forasteri, li quali hanno arbitrii in li territori et distrittu di Castronovo…. sub pena di perdiri la farina et la bestia et di onza una a lu gabellotu”.
(Si noti come nei precedenti “Capitoli e Privilegi, approvati dal Re Martino nel 1401” l’uso della lingua ufficiale fosse il Latino, mentre in quelli approvati da Re Ferdinando il Cattolico fosse il Volgare).
Per meglio capire il senso dei precedenti capitoli 4 e 8, occorre inquadrarli nel periodo storico in cui vengono richiesti. La Città di Castronovo aveva ottenuto per la terza volta l’affrancazione dal dominio feudale e la riduzione al Regio Demanio ma ciò era costato alla Città il pagamento di una grossa somma, 24976 fiorini a titolo risarcitorio per il Gaetani che aveva acquistato la “Terra et Castrum Castrinovi” e un’altra grossa cifra data al Vicerè per favorire tale affrancazione. Questo comportò per l’Universitas castronovese la vendita di molti terreni comunali e l’indebitamento con Antonio Barresi Barone di Pietraperzia di 10500 fiorini per il donativo fatto al Vicerè; giocoforza si dovettero aumentare le tasse ed imporre nuove gabelle.
Quindi nel 1499 Castronovo ottenne di vietare l’introduzione di farina nel suo territorio e nel suo distretto a meno che non fosse stata macinata nei suoi mulini e di vietare ai suoi stessi cittadini di macinare altrove ottenendo anche l’applicazione sanzionatoria stabilita ed imposta dai suoi Giurati. Come si può adesso comprendere nei mulini di Castronovo si dovevano macinare tutti i grani prodotti o commerciati all’interno del suo territorio e del suo distretto. E a tal fine bisogna considerare che il distretto presumibilmente fosse piuttosto vasto. A tal fine è bene ricordare che, dopo il periodo turbolento e fratricida dei 4 Vicari finito con il riconoscimento di Re Martino I, la Sicilia fu divisa amministrativamente in 4 Valli: Val di Mazzara, Val di Noto, Val Demona, Val di Girgenti e Castrogiovanni (vedasi il capitolo 51 delle Constitutiones di Re Martino I). Ogni Valle era suddivisa a sua volta in territori a capo dei quali c’erano alcune Città demaniali. Il Val di Girgenti e Castrogiovanni era suddiviso in 8 distretti (detti anche territori): Girgenti, Castrogiovanni, Calascibetta, Castronovo, Naro, Licata, Sutera e Polizzi.
L’estensione del distretto di Castronovo doveva all’incirca coincidere con quella che sarà, dopo circa un secolo, la sua Comarca comprendente i territori dei vecchi o dei nascenti comuni, cioè: Castronovo, Vicari, Cammarata, Bivona, Alia, Valledolmo, Lercara, Casteltermini, Santo Stefano, Alessandria della Rocca, San Giovanni, Campofranco.
Le diapositive n.10, 11 e 12 riportano una testimonianza archeologica di estremo valore, conosciuta come i Decreti di Entella. In particolare parla della fondazione (o della rifondazione) della città di Entella dopo che essa era stata distrutta (Sinecismo di Entella). Tale fondazione fu aiutata e sostenuta da alcune città che soccorsero gli Entellini con denaro, grano e orzo. Gli Entellini furono così grati da voler tramandare ai posteri chi li avessero generosamente aiutati ed incisero su delle tavolette di bronzo i nomi delle città e dei privati che sono stati generosi con la nuova Entella. Il V Decreto parla di Petra e di alcuni Petrini e, sebbene ancora adesso il sito di Petra non sia stato identificato, molti studiosi ritengono che questa famosa città menzionata anche da Plinio come stipendiaria, si potesse trovare giusto negli agri Castronovesi.
Nel V Decreto di Entella si dice che Petra in aiuto agli Entellini inviò tra comunità e privati Petreinos, 670 medimmi di grano e 30 medimmi di orzo. (III sec a.c.), corrispondenti a circa 210 q.li di grano e 10 q.li di orzo. (1 medimno circa 96 libbre romane; 1 libbra romana equivale a 0,327 kg).
Benché l’identificazione di Petra con Castronovo ci affascini, non vogliamo dare ad una mera ipotesi valore di certezza; ciononostante abbiamo voluto riportare questa testimonianza poiché la consideriamo di fondamentale importanza e forse può fornire agli appassionati o ai cultori stimoli di riflessione. Infatti alcuni sporadici reperti trovati nelle nostre campagne portano alla Petra siciliana e sono questi ritrovamenti che possono darci, al dì la delle tesi degli studiosi, le prove della presenza di questa città o di altre civiltà remote. E non è improbabile trovare nelle nostre case reperti archeologici di estremo interesse; magari qualcuno dei nostri concittadini , arando i propri terreni, ha in mano quella prova testimoniale che gli studiosi (e anche noi) cercano da decenni e che consegnata a chi di dovere potrebbe finalmente gettare luce su un periodo della nostra storia ancora oscuro.
Ma ritornando alla Castronovo del grano e dei mulini, una statistica pubblicata nel 1878 da Luigi Tirrito avente come fonte il Catasto ufficiale riporta per Castronovo un’estensione di 11.156 salme di cui 7601 salme di terreni seminativi e 3334 terreni scoscesi e a pascolo. Questo potrebbe trarci in inganno e concludere che il territorio di Castronovo fin dai tempi più remoti fosse maggiormente vocato alla coltivazione dei cereali, soprattutto grano e orzo. Ciò potrebbe giustificare il numero e la concentrazione di mulini attorno alla sua Città, favorita anche dalla copiosità delle acque. Ma lo stesso Luigi Tirrito scrisse: “ La zona delle terre a pascolo nell’agro di Castronovo era vastissima. Dopo l’abbandono dei casali dei musulmani e delle colonie agricole che li popolavano e rendevano florida l’agricoltura, quando ancora non esisteano i Comuni di Alessandria, di Lercara, di Alia, di Valledolmo e di Campofranco, che accrebbero nel XV e XVI secolo la giurisdizione della sua Comarca, e diminuirono la estensione del territorio comunale, era rimasta deserta per l’uso della pastorizia quella vasta zona di terre intermedie, che dai tenimenti di Matteo Bonello signore di Prizzi raggiungea i limiti dell’agro di Sutera da un lato, e di quelli di Polizzi, di Vicari e di Cammarata dagli altri lati”. (L.Tirrito- Statuto, Capitoli e Privilegi della Città di Castronuovo)

È ormai accertato che all’inizio del XV secolo, la Sicilia risultava essere ricca di boschi e soprattutto nel suo interno i terreni a pascolo predominavano sui terreni coltivati. Fu lo sviluppo crescente dell’industria dello zucchero, avvenuta tra la fine del XV secolo e la fine del XVI secolo, che provocò una crescente distruzione delle foreste, modificando notevolmente, nel giro di qualche secolo, la morfologia del territorio e con essa delle attività umane. Già alla fine del secolo XV, i trenta opifici di zucchero presenti nel palermitano avevano distrutto i boschi lungo la costa tra Carini e Termini Imerese. Il consumo medio stimato di legna per ognuno di essi era di 500 cantari (q.li 400) per un consumo annuo di circa 12000 quintali fornito da 10000-12000 alberi. E la prevalenza di mandrie e pascoli sui terreni coltivati nel nostro territorio è attestata da una recente ricerca il quale ha individuato tra Alia, Castronovo e Vallelunga, nella zona delle sorgenti del Torto e del Platani ben 20 mandrie contro 6 masserie (cfr. Orazio Cancila, “Baroni e Popoli nella Sicilia del grano” cap.1 pag.13 e 14).
Recenti studi ed alcuni documenti dimostrano che la coltivazione dei cereali durante il XV e parte del XVI secolo nel nostro entroterra era piuttosto limitata a favore di una maggior presenza di pascoli; ciò fa supporre come l’attività preminente fosse la pastorizia. Lo scenario della Sicilia del grano sembrò mutare già nella seconda metà del XVI secolo, quando un maggior numero di terreni fu destinato alla cerealicoltura. Numerosi contrasti tra pastori e agricoltori insorsero già alla fine del XV secolo. A titolo d’esempio, nel 1515 dei pastori invasero i seminativi di Francesco Calvello posti nei feudi di Melia e Culobria (Orazio Cancila, “Baroni e Popoli nella Sicilia del grano” pag.31). Altra vicenda che ci spinge ad ipotizzare l’avanzare dei seminativi sui pascoli nel corso del XVI secolo, si ha quando gli abitanti di Castronovo nel 1571 chiedono al Monastero di S. Martino delle Scale di esercitare il loro diritto di pascolo sul feudo Riena, diritto mai esercitato prima di allora e la cui richiesta venne considerata dal monastero inaccettabile.
Ma un documento più degli altri ci toglie qualsiasi dubbio sulla penuria di grano a Castronovo nei secoli esaminati e si trova sempre nei “Capitoli e Privilegi, approvati da Re Ferdinando 1499” il quale tratta in molti suoi passi degli argomenti oggetto della presente dissertazione; nel Capitolo 15 si legge: “Item supplica la ditta Universitati, imperochi li pheudatari, hannu oppressu et subjugatu li habitaturi di la ditta Terra per non li conchediri chi fazanu massarii in loro feudi, intantu chi la ditta Universitati pati di frumenti et vittuagli,non havendu territori undi putiri fari li loro arbitrii, per tantu supplica la ditta Universitati, chi li habitaturi di la ditta Terra sianu preferuti ad tutti i furasteri, et chi tantu per usu di massarii comu di bestiami pozanu aviri li feudi et territorii per li pretii chi paganu li ditti furasteri in li feudi chi su in lu costrittu et territoriu di la ditta Terra di Castronovo, et subjecti a sua jurisditioni, tantu si su condutti a tempo quantu si fussiru pignorati, seu conchessi ad emphiteusim. Ita quod pro eodem pretio li ditti habitat uri sianu preferuti ad tutti altri furasteri”.

Conclusione
Alla luce di quanto si è detto, possiamo affermare che:

  1. le colture cerealicole nel territorio di Castronovo fino ad almeno la metà del XVI secolo non erano estese e la maggior parte dei suoi feudi era ricoperta da pascoli;
  2. la penuria di grano di cui soffriva Castronovo tra il XV e il XVI secolo viene attestata da studi e documenti ufficiali;
  3. altro elemento che determinava la scarsezza degli ammassi di grano era la pratica agricola della quinqueria che prevedeva il ciclo riposo, riposo, maggese, semina, semina;
  4. sebbene l’attività molitoria legata ai cereali venga attestata fin dal secolo XI, nessun documento attesta il numero di mulini o la quantità di grano prodotta o molita;
  5. se alla fine del XV e nei primi decenni del XVI secolo esistevano tanti mulini quanti tradizione e ruderi testimoniano, il loro numero ha una ragion d’essere nel Capitolo 8 dei “Capitoli e Privilegi, approvati da Re Ferdinando il Cattolico il 9 gennaio 1499”, il quale imponeva la macinazione dei grani del distretto di Castronovo soltanto nei suoi mulini;
  6. dalla seconda metà del XVI secolo il numero di pascoli nel territorio di Castronovo diminuisce per dare posto a masserie cerealicole; a metà del XIX secolo il territorio di Castronovo risulta così diviso: 7601 salme di seminativi e 3334 salme di terreni scoscesi e a pascolo per un totale 11.156 salme di territorio.
  7. Ragionevolmente si può pensare che l’attività molitoria a Castronovo, così come in Sicilia, aumenti parallelamente con l’aumentare della produzione di cereali che si ha a partire dalla seconda metà del XVI secolo.

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