La Ricorrenza di san Giuseppe

san Giuseppe 021di NICOLO’ SANGIORGI – Ricorre il 19 marzo ed è caratterizzata da un’espressione popolare che rievoca, secondo una libera interpretazione, la fuga in Egitto, però, la ricer­ca affannosa di un alloggio richiama la nascita di Gesù. Sostanzialmente, è una espressione che si traduce in una beneficenza nella figura di san Giuseppe, defi­nito “padre della Provvidenza”.

Si tratta di una “sacra rappresentazione” i cui personaggi si muovono seguendo un rituale che si ripete da secoli, che conserva fascino, folclore e carica emotiva, e riceve colori e vivacità dall’incipiente primavera.

 

1 –Alcune famiglie, per devozione, per grazia ricevuta o in segno propizia­torio, nella giornata del 18 predispongono la “Tavulata”, sostenendone le spese oppure con il denaro di concittadini. In quest’ultimo caso Ia questua viene effettuata anteriormente all’evento e la richiesta, che simboleggia un atto di umiliazione, assurge a titolo di merito.

La promessa può prevedere di accettare soltanto offerte di minimo valo­re e di eseguire la raccolta camminando a piedi nudi in segno penitenziale.

La Tavulata è formata da una lunga tavola posta al centro di una stanza, in fondo alla quale, tra rami di alloro e di rosmarino, di rose e bandierine di carta colorata, sovrasta il quadro di san Giuseppe o della Sacra Famiglia, davanti ai quali sono collocati tre grandi pani votivi: a forma di barba per san Giuseppe, rotondo, a cucciddatu, per il Bambino Gesù, a forma di guasted­da per la Madonna.

Vi sono pani di diversa foggia, artisticamente lavorati.

La tavola trabocca di piatti poveri e la medesima pietanza è presentata sotto diversi tipi di cottura. Sono alimenti comuni: pasta, sarde, finuccheddi di muntagna, legumi, (lenticchie, fave, ecc.), verdure (carduna, vrocculi, ecc.), cacocciuli, alivi, ova, pignulata, sfinci, cannola, vavaluci, cosi duci, e, presentemente, prodotti esotici e moderne invenzio­ni gastronomiche.

Primeggiano i sani prodotti della terra la cui genuinità apporta benessere al corpo, ai quali viene riconosciuta la caratteristica di una sana alimentazione, oggi battezzata “dieta mediterranea”.

Vi si trova un bicchiere o un boccale contenente vino e acqua, non miscelati, bensì rigorosamente separati, in ricordo della bevanda che, secondo la tradizione, venne offerta ai Personaggi due millenni fa. Qua e là, oggetti formati di pasta di farina, come la scala, il grappolo d’uva, la mano, ­la sega, ciascuno con un proprio significato simbolico. Tutta la tavola è abbellita da bandierine di carta variopinta estrosamente lavorata, di forma triangolare e fissate alle pietanze.

Completato l’allestimento, viene accesa una lampada all’ingresso esterno dell’abitazione e interviene il Sacerdote per la benedizione.

A partire dal pomeriggio e sino a tarda sera, e per tutta la mattinat­a successiva, un numero considerevole di persone viene a “vedere” le tavolate, e i visitatori, muovendosi lentamente in senso antiorario, osservano attentamente e ammirano la capacità creativa dei proprietari. Uscendo, ricevono un po’ di pane o pignulata e i bambini anche una bandierina.

Il “pellegrinaggio” è un momento di solennità collettiva e un messaggio di comunione.

 

2 – Ad interpretare i personaggi della Sacra Famiglia, detti virgineddi vengono chiamate persone appartenenti a famiglie indigenti, poiché la ricorrenza, in passato, era una opportunità per elargire doni di ordinaria necessità e alle ragazze orfane capi di corredo; ciò avveniva non oltre il 1950 e fino a qualche decennio addietrp si distribuiva del vestiario.

I personaggi indossano costumi d’epoca confezionati dalla padrona di casa. Maria e Gesù vesti bianche, con una larga fascia a bandoliera di colore, rispettivamente, rosa e celeste; Maria porta un diadema di zagara con velo e Gesù una corona di rose di carta colorata. Giuseppe, invece, indossa una tunica bleu e alla cintola una fascia rossa; tiene un bastone ornato di rose e di strisce di carta rosa e verde.

L’elemento ornamentale dominante è costituito dalla carta, un materiale di poco conto, che, abilmente lavorata, riesce a dare un’eleganza semplice e dignitosa, un simbolo che esorta alla parsimonia e richiama l’umile condizione della famiglia di Nazareth.

Da parecchi decenni è scomparsa la presenza di ragazze al seguito deitre personaggi, vestite di bianco e ornate di rose di carta, dette pure virgineddi, che solitamente erano orfane o “figlie dello Spirito Santo”.

Intorno alle ore undici del giorno 19, i tre, tenendosi per mano, escono dalla casa dove si trova la Tavulata e, preceduti dal tamburo e seguiti da ragazzi e da persone, festanti, in prima fila i “padroni di casa”, si recano nella Chiesa di san Giuseppe per assistere alla Messa.

Accompagnati da un séguito più consistente, il corteo fa ritorno alla casa dalla quale era uscito. Durante il percorso si ferma davanti ad una abitazio­ne e Giuseppe bussa alla porta con il bastone.

Allora dall’interno alcune donne domandano:

“Chi è?”.

“San Giuseppe”, viene risposto.

E le donne ribattono: “Nun c’è locu, né lucanna, itivinni a natra banna”.

Al diniego, i tre si recano presso altre case vicine e bussano inutilmen­te.

Ritornano, quindi, alla “loro” casa.

Questa volta è Maria a bussare, ma riceve ugualmente il rifiuto ad entra­re.

Per ultimo picchia il Bambino.

“Chi è?” viene detto. “Lu Bammineddu”.

Immediatamente si spalanca la porta e dall’interno giunge un canto gioioso di donne:

     “Si grapi sta porta cu tanta alligrìa

     cà trasi Gesù, Giuseppi e Maria”; e poi,

“Ch’è bedda stà pasta, si mancia e nì resta

ch’è bedda sta festa, c’a marzu si fa”.

 

I tre personaggi varcano la soglia e la padrona di casa, pervasa da palese commozione, s’inchina e recita pomposamente: “Dàtu ca sìti, Gesù, Giuseppi e Maria, sìti benvenuti `ncasa mìa”.

Dietro di loro entrano parenti, devoti e vicini.

 

Tutte le azioni che si eseguono da ora in poi, sono dirette dalla “padro­na” che funge da cerimoniere. I personaggi si lavano le mani in una bacinel­la di porcellana posta su un sostegno di ferro battuto; l’acqua viene versata con una brocca anch’essa di porcellana; si asciugano con una tovaglia di lino. La brocca può essere d’argento e il sostegno della bacinella, di bronzo; è importante che gli oggetti siano di pregio.

Ricevono un bicchiere d’acqua ed uno spicchio d’arancia che consuma­no; poi, si accostano ad una tavola apparecchiata, adornata da una tovaglia dal ricco ricamo, si fanno il segno della Croce e il ragazzo-Gesù benedice le pietanze.

Recitati l’Ave Maria, il Padre nostro e il Gloria, pranzano serviti dalla proprietaria; tutti applaudono e le donne ripetono:

“Ch’è bedda stà pasta / si mancia e nì resta

ch’è bedda stà festa / c’a marzu si fa”.

 

Dapprima viene servita la pasta con le lenticchie simbolo di abbondan­za, poi con le sarde e, infine, con i finocchi; di sèguito, assaggiano tutte le pietanze. Inizialmente bevono vino miscela ad acqua, alla fine soltanto vino.

Terminato il pranzo, metà del contenuto della Tavulata veniva donato ai tre personaggi, l’altra metà offerta alle persone presenti e il rimanente era distribuito ai poveri del paese. Ai nostri giorni tale divisione ha subito delle modificazioni,

I tre, ritornando alle proprie abitazioni, portano in mano bene in vista i pani e i doni ricevuti.

Nei decenni trascorsi si recitavano preghiere, orazioni e canti, tra i quali:

San Gisippuzzu ca fùstivu patri

fùstivu virgini comu la matri.

Maria la rosa, Giuseppi lu gigghiu

scura stasira e agghiorna dumani

la pruvidenza n’haviti a mannari

prima di l’arma e poi di lu corpu

San Gisippuzzu dàtini cunfortu.

Comu purtasti a Maria in Egittu

cunsulatini stu cori affrittu;

quantu amuri purtasti a Maria

consulati stu poviru cori miu.

 

Vi sono dei fedeli che, a proprie spese o raccogliendo le somme. preparano del pane, detto “pani di san Giuseppi”, contenente semi di finocchio, e, fatto benedire, lo distribuiscono a coloro che hanno dato l’offerta, ai parenti, agli amici e ai vicini. È consuetudine che ad un tozzo di pane bene incastoni una moneta e si conservi in segno propiziatorio. Qui, il motivo religioso si fonde con il profano.

 

3 -Nel 2005 la rappresentazione ha assunto una nuova fisiono­mia, essendovi intervenute diverse giovani e bambini, tutti vestiti in costume d’epoca. Il corteo, formatosi in piazza Santa Rosalia, ha percorso la via prin­cipale per recarsi alla chiesa di san Giuseppe. La Madonna in groppa ad un asinello e san Giuseppe, interpretato da un giovane con il Bambino per mano. Al seguito le ragazze.

Altra iniziativa ha caratterizzato la ricorrenza. Nella piazzetta san Giuseppe è stata allestita una grande tavolata di pane e la sera a tutti i pre­senti, accorsi numerosi attratti dalla novità, sono stati offerti il pane e la pasta con le lenticchie e i finocchietti, preparata sul posto.

 

4 –La data di avvio della “sacra rappresentazione” a Lercara Friddi è da associarsi, con molta attendibilità, al sorgere della Chiesa, cioè, agli inizi del Settecento, ed è verosimile che sia stata introdotta da qualcuno venuto ad abitarvi. Dico verosimile, trovandoci in assenza di documenti e di riferimenti.

Certamente, la rappresentazione non è identica a quella originaria; è comprensibile che alcuni aspetti e modalità abbiano registrato delle modificazioni, essendo mutati il contesto sociale, la vita lavorativa, affettiva, di relazione, soprattutto, la situazione economica; ciononostante, la sostanza è rimasta integra in quanto il messaggio, la drammaticità e la pietà continuano a coinvolgere coloro che vi assistono.

La ricorrenza non si identifica soltanto in questa manifestazione. Vi è un periodo di preparazione religiosa di nove giorni (novena) e, in tempi non molto lontani, è stato in vita, sebbene saltuariamente, un comitato dei festeggiamenti.

Mette in evidenza lo stato di diffusa povertà che si concretizzava nell’utilizzo eccessivo di carta, nel dono di indumenti e nella volontà di sfamare abbondantemente le persone di scarse condizioni economiche. Oggi vengono preparati piatti singolari, pietanze fuori stagione, ma un tempo, la presenza a tavola di una varietà di alimenti era una rarità; per siffatta ragione erano molti coloro che ambivano ad assumere il ruolo di Gesù, Giuseppe e Maria.

Comunque, è palesemente assente la carne, simbolo di benessere.

Per comprenderne il valore sociale, occorre trasferirsi nella realtà esistenziale dei secoli trascorsi, quando poche famiglie disponevano di molto e la maggioranza viveva nella miseria. La tradizione, probabilmente, ha avuto principio presso le classi egémoni e successivamente si è estesa in tutti i ceti.

Da qualche anno si avvertono segni d’innovazione per un adeguamento alle mutate condizioni economiche e sociali; si è avviato, infatti, ad approntare le Tavolate presso Enti ed Associazioni, registrando nuove modulazioni di fare memoria e dando un’impronta fortemente comunitaria.

Una fioritura di simboli ed una accentuazione del sentimento popolare cominciano a conferirne un rinnovato atteggiamento antropologi nel rispetto della fede cristiana.

Questa tradizione viene rievocata persino negli Stati Uniti d’America, ­a Saint Louis, nel Missouri. Immagini e modalità sono riportate nel giornale italo-americano “Il Pensiero” che da un secolo fa sentire la voce dell’Italia; in Germania, nella missione cattolica di Siegen – Attendon dive vivono alcuni lercaresi, e precisamente a Kreuztal, e a Liegi (Belgio), in cui i lercaresi preparano e distribuiscono il pane benedetto.

Ho riportato soltanto tre località, ma è a tutti noto che il desiderio di sentirsi legati alla terra dei propri avi infiamma l’animo dei nostri emigrati, esortandoli a ripetere le tradizioni religiose e popolari alle quali, a volte, sono stati protagonisti e di cui da ragazzi ne vissero le emozioni.

Perciò, gli abitanti di Lercara esprimiamo gratitudine agli emigrati per la fedeltà alle loro radici e dichiariamo di essere orgogliosi di avere, sparsi per il mondo, tanti “ambasciatori” della nostra civiltà.

E’ stato interessante venire a conoscenza, attraverso un articolo pubblicato su “La Repubblica” del 5 aprile 2006, dal titolo “L’epopea dei siciliani nel West”, di una ricerca effettuata dall’Università di Denton, in Texas, in cui è scritto, tra l’altro, che gli emigrati “arrivavano da Alia e da Lercara nella contea di Mc Lennan, Uno di loro fondò l’Illinois…Esportavano alcune tradizioni come ad esempio la Tavolata di San Giuseppe che si teneva il 19 marzo”.  

 

 

Nicolò Sangiorgio

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