L’ultima fatica di Giuseppe Oddo: Il miraggio della terra in Sicilia – Dalla Belle époque al fascismo (1894 – 1943)

di DOMENICO GAMBINO – Sarà presentato il prossimo 24 maggio presso la sede dell’Istituto Gramsci di Palermo il terzo volume di una serie di quattro dell’opera del noto storico Giuseppe Oddo, “Il miraggio della terra in Sicilia”, per la collana “i saggi dell’Istituto Gramsci Siciliano” (Edizione Istituto Poligrafico Europeo, Palermo, 2018). Un’opera che nel panorama delle pubblicazioni di carattere storiografico offre al lettore la rivisitazione storica del periodo preso in esame, e che è supportata da una imponente quantità di riferimenti bibliografici e soprattutto da una approfondita ricerca archivistica che ha arricchito le conoscenze di quanto noto e portando alla luce fatti rimasti fino ad oggi sconosciuti. Nuove conoscenze che hanno consentito al nostro Autore di raccontare i fatti accaduti secondo interpretazioni storiografiche proprie ma certamente non condizionate da pregiudizi politici. Per il contributo non indifferente alla ricerca ispirata dalla convinzione che la storia della Sicilia ruoti attorno alla questione agraria, lo studio del prof. Oddo, per la parte pubblicata, ha già richiamato l’attenzione degli studiosi riaprendo la discussione su alcuni significativi avvenimenti del nostro passato.

L’opera nel primo volume trova il momento d’appiglio nel 1767, anno in cui in Sicilia il governo borbonico, sollecitato dall’affermarsi in Europa di una nuova cultura agraria, caccia dall’Isola i gesuiti ed elabora una riforma per la distribuzione delle terre a chi la lavora. Un progetto che aveva portato i contadini a sognare il possesso di un appezzamento di terreno da coltivare in proprio, ma che venne vanificato dalla forte resistenza della nobiltà feudataria.

E il miraggio della terra da parte di chi la coltivava era destinato nel tempo a rimanere tale in tante altre occasioni.

Così fu con la riforma approvata dal Parlamento siciliano che nel 1810 emanò le prime leggi per l’abolizione della feudalità. Norme che stavolta trovarono l’appoggio degli stessi feudatari, in quanto consentirono loro di assumere la piena proprietà, mentre nessuna regola veniva prevista a sostegno dei contadini per facilitare la costituzione della piccola proprietà terriera. A riaccendere i sogni dei contadini saranno i moti risorgimentali, che si conclusero con l’unificazione nazionale. Ma forse fu proprio questa la loro più grande delusione, perché si ritrovarono presto a combattere quello stato unitario da loro stessi voluto. Il momento più emblematico delle lotte contadine si ebbe nel 1893 con la costituzione dei Fasci siciliani dei lavoratori; i loro obiettivi erano riduzione delle tasse, miglioramenti salariali, ridistribuzione delle terre e revisione dei patti agrari. Finalità che non potevano non scontrarsi con l’assetto di potere compiacente a latifondisti e mafiosi, cosicché i Fasci finirono con l’essere repressi sanguinosamente con il decreto di scioglimento e la dichiarazione dello stato d’assedio.   

Alla fine del secolo, cioè quarant’anni dopo l’unificazione, la Sicilia continuava a versare in una situazione sociale caratterizzata dal perpetuarsi dei privilegi delle classi economicamente più forti, mentre larghi strati della popolazione vivevano in condizioni misere; una Sicilia condizionata ancora da retaggi del sistema feudale dove la proprietà terriera rimaneva in mano dei pochi. 

Da qui trova avvio il terzo volume dell’opera del prof. Giuseppe Oddo che porta il sottotitolo Dalla belle époque al fascismo (1894 – 1943) dove con la puntualità di sempre l’Autore illustra un periodo fondamentale per la riscoperta della memoria storica per tanti versi dimenticata ma che ha definito e caratterizzato la vita politica e sociale italiana.

Le quattrocentocinquanta pagine di questo nuovo volume, come nei precedenti, sono piene di riferimenti archivistici e bibliografici, ed è significativo annotare che si contano 1.424 note. Pagine caratterizzate da chiarezza espositiva accattivante e mai noiosa e che rievocano nei dettagli avvenimenti costellati da tanti personaggi in diverse località della Sicilia, mentre sullo sfondo emergono tante micro-storie spesso trascurate da altri studiosi o forse mai venute alla luce, eppure testimonianze fondamentali delle comunità locali che si legano alla situazione politica e sociale del momento. Con queste narrazioni l’Autore rivaluta fatti piccoli e grandi e ci consegna così una notevole opera di storia sociale della Sicilia raccontata a stretto contatto con le realtà municipali e la gente che ha vissuto ed è stata protagonista di quegli eventi.

Il libro si apre con una corposa introduzione in cui si percepisce il forte bisogno dello storico villafratese di indirizzare la lettura, tracciando la trama della narrazione e rammentando i fatti più significativi che hanno segnato l’epoca fino alla caduta del regime fascista ed evidenziando peraltro che “il filo rosso che lega l’ordito dell’opera è la questione agraria, caratterizzata dal peso abnorme del latifondo ex feudale”. Vicende storiche che sono da “accostare – come lui stesso scrive – alle radici dei partiti politici, della cooperazione e del movimento sindacale novecentesco, ma anche ad orrori inimmaginabili e a una grande certezza: chiunque avesse osato mettere in discussione gli assetti fondiari esistenti, doveva mettere in conto l’ipotesi di rimetterci la pelle”.   

La narrazione trova le mosse dal mito della belle époque con un’appagante panoramica del “bel tempo che fu” rappresentato da quel lungo periodo di pace e di progresso che attraversò l’Europa dal 1871 al 1914 prima di entrare nel contesto della situazione economica e sociale della Sicilia dove emergono, specialmente nelle aree rurali, contraddizioni, squilibri sociali e territoriali.  Così mentre a Palermo sorgono le belle architetture del liberty fiorito e la Sicilia ospita, nel 1906, la prima corsa automobilistica del mondo, nelle aree interne dell’Isola l’arretratezza è enorme, con le masse rurali dei contadini che dopo la sconfitta dei Fasci continuano ad essere soggiogate dai latifondisti, mentre il potere mafioso si incardina negli organi amministrativi.

Ma la sconfitta non poteva portare alla rassegnazione dei lavoratori della campagna, di operai e artigiani, e così malgrado le azioni repressive, il miraggio della terra si riaffacciava nei nuovi scenari del Novecento che il nostro storico ci narra da libero pensatore e studioso dei problemi connessi al territorio e alla popolazione.

            Una storia ricca di avvenimenti che vide la nascita di nuove organizzazioni di ispirazione socialista, mentre l’enciclica Rerum novarum promulgata nel 1891 da papa Leone XIII, con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali, portò alla nascita di altrettanti sodalizi e cooperative – protagonisti preti e sindacalisti – finalizzati, seppure da varie posizioni di diverso pensiero, al miglioramento dei patti agrari e alle affittanze collettive di ex feudi. In questo contesto Oddo rivaluta fatti che possono apparire marginali, come quelli accaduti a Campofelice di Fitalia e già narrati dallo scrivente. Nel piccolo centro agricolo, alla nascita della Società agricola operaia d’ispirazione socialista, faceva presto da contraltare la Lega cooperativa cattolica, guidata dell’intraprendente parroco Giuseppe Capizzi che ottenne in affitto dal Principe di Fitalia le terre dell’ex feudo Puzzo, per suddividerle ai contadini con l’estromissione del gabelloto. Terre che erano pretese anche dalla Società agricola e dunque motivo di dure lotte politiche che trovarono il coinvolgimento dei maggiori dirigenti del Movimento cattolico siciliano.

            La sconfitta dei Fasci dei lavoratori presentava anche un altro aspetto. Quello che diede inizio alla grande emigrazione verso le terre d’oltreoceano con un forte incremento delle partenze nei primi scorci del Novecento. Questo è un argomento che costituisce un importante capitolo del libro, in cui Oddo narra e analizza le condizioni di vita degli emigrati siciliani nel tessuto sociale delle Americhe, come in Argentina o negli Stati Uniti, portando alla luce fatti ancora sconosciuti agli storici. Un grande merito nello specifico è quello di avere documentato nei suoi vari aspetti come i siciliani in terra straniera riuscirono a creare sodalizi sindacali in difesa dei diritti dei lavoratori. In Argentina “i Fasci dei lavoratori – secondo quanto afferma l’Autore – divennero un riferimento organizzativo per tutti gli emigrati italiani e persino per diversi stranieri, che ne mutarono le forme di lotta, coniugandole talvolta anche al femminile”.

            L’Italia intanto, dall’inizio del nuovo secolo, registrava una ripresa economica che si prolungherà per un quindicennio circa, e riguardo alla questione agraria furono presentati al parlamento italiano vari disegni di legge sulle terre incolte e la loro colonizzazione, ma queste non produssero alcun risultato.

            Bisognò attendere la fine della prima guerra mondiale affinché la situazione mutasse. I contadini reduci dalla Grande Guerra, fieri d’essersi sacrificati per la Patria, non esitarono ad andare ad occupare gli ex feudi. Avvenimenti che l’Autore, mosso dalla condivisione delle lotte contadine, racconta con una certa enfasi. Tali occupazioni in parte vennero regolarizzate con i decreti Visocchi e Falcioni, ma fu ben poca cosa perché la mappatura della grande proprietà non subì variazioni.

            E il latifondo rimase sostanzialmente tale sotto il fascismo, stante quanto emerge dall’ultimo capitolo del libro, dove Oddo analizza la politica agraria del regime durante il ventennio: la battaglia del grano finalizzata ad incrementare la produzione cerealicola; la bonifica integrale di aree improduttive o malsane (solitamente paludose) con lo scopo di recuperarle allo sfruttamento agricolo; la costruzione di borghi e case di servizio da dare ai contadini, il cui obiettivo fu raggiunto soltanto in minima parte per il sopraggiungere della nuova guerra.

            Nella complessità delle problematiche collegate alle lotte agrarie bisogna ancora sottolineare l’attenzione posta dall’Autore nel raccontare con dovizia di particolari quelle che possono definirsi stragi di stato, che da Modica a Grammichele lasciarono sul terreno decine di morti. Numerosi gli assassini di sindacalisti e custodi della legalità, uccisi da sicari mafiosi, da Bernardino Verro di Corleone a Sebastiano Bonfiglio sindaco di San Giuliano; non furono risparmiati neanche sacerdoti impegnati nel sociale, come ad esempio don Filippo di Forte a San Cataldo o don Stefano Caronia a Gibellina. Non ultimo l’assassinio del banchiere e politico italiano Emanuele Notarbartolo consumato nel 1893 e avvenuto in un contesto politico-mafioso, e che è considerata la prima vittima eccellente di cosa nostra in Italia.

            Tanti sacrifici, tanti morti lungo il percorso delle lotte contadine, ma dopo tutto ciò, per molti contadini la terra rimase ancora un miraggio.

            A conclusione non esito ad aggiungere che personalmente ho trovato la narrazione, oltre che estremamente interessante e coinvolgente, molto gradevole nella lettura, come si trattasse di un avvincente libro di narrativa.

            Complimenti dunque al prof. Giuseppe Oddo per questa sua ennesima fatica che sicuramente sarà accolta positivamente dai lettori, augurandogli di portare presto a compimento il quarto ed ultimo volume di questo ponderoso studio.  

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