“I diavoli tra tenebre e luce”, mostra di Zri Mario Conti a Prizzi

di DANIELA CAPPELLO – Per un artista siciliano che vuole rappresentare la propria terra e che rifiuta di sentirsi esule in terra d’origine, il proprio limite potrebbe essere: la ricerca del compiacimento. L’orgoglio di non aver ceduto o non aver avuto l’occasione di una, almeno apparente, definitiva partenza, e non fuga, dalla terra del rimpianto.Parafrasando una terminologia foto-geografica adottata per raccontare uno dei più celebri fotografi esuli isolani, Franco Pinna , Zri può semmai definirsi come non-esule in terra sempre straniera.Resta che quell’inferno distruttore è un mistero individuale: cambiando il veggente, cambia la visione dell’inferno.Allora la rivelazione diventa sogno. Ma l’occhio del veggente non sempre coincide con quello del viandante. Ed ecco che stare tra la gente, riconosciuta ma senza nome, in mimesi tra simili, mascherandosi da superstiti alla festa dei diversi, non spegne il sacro fuoco di una ricerca continua, impulsiva, viscerale ed emersa, di prossemica focale.Partendo alla volta della Riserva Naturale del Bosco della Ficuzza, nell’entroterra nord-occidentale della Sicilia, Zri lascia Godrano, oltrepassando l’arca capovolta della Rocca Busambra, per raggiugnere Prizzi, a quasi 1000 m s.l.m., uno dei comuni più alti dei Monti Sicani. È durante la Quaresima che si mette in scena il cosiddetto “Ballu di li Diavuli” lungo le vie del paese. Grottesche figure rivestite da sacchi neri e torve maschere, ostentano balestre, falci e campanacci, coinvolgendo il pubblico in un ballo estenuante, che impedisca l’incontro tra la Madre Addolorata e il Risorto. Gli Angeli riescono a legare i Diavoli e la Morte, stanchi e trafelati, trascinandoli al cospetto di Maria.Il rito pagano che invocava fertilità, nuova vita e floridi raccolti, passa dalla espiazione ma esorcizzando paure e sensi di colpa attraverso la vera festa dei diversi: quella, innanzitutto, collettiva.

L’ebbrezza dei colori cangianti di maschere e vesti della messa in scena, rosse per i Diavoli, gialla per la Morte, dei fiori svelati dal manto nera della Vergine Addolorata alla vista del Figlio, lascia il posto alla quarta dimensione, quella del tempo, come un’orma nera sul diaframma, il tempo del Ballo. Il binomio bianco/nero, caratteristica della ricerca fotografica di Zri, è forma arcaica di entità contrapposte e vibranti, danzanti in un mandala di Morte e Vita, Freddo e Caldo, passaggio decisivo tra Tenebre e Luce, sacro e profano vincolo di comunità.Furio Jesi notava come le feste fossero occasione per vedere e non per essere visti. Ne “I Diavoli” di Zri, il ghigno che vivifica i volti dei guardiani-spettatori e quello infernale dei diavoli-diversi, annulla lo scarto tra lo spazio della festa e quello della vita. Eppure, in questo spazio ibrido, il fotografo alla stregua di un antropologo,sembra applicare lo studio di un rito di passaggio come regola di composizione geometrica: separazione, tra spettatori e attori; margine: delle vesti, pelli, pellicce, mani, finestre e altari; aggregazione: il ballo, l’incontro tra Bene e Male. E quando quest’ultima avviene, e avviene con una risata e alla fine della festa, sembra dimostrato che:
la sola prova dell’esistenza del diavolo è il nostro desiderio di vederlo all’opera.

Riferimenti bibliografici:
1 Franco Pinna, L’isola del rimorso, Fotografie in Sardegna 1953 – 1967, a cura di Giuseppe Pinna, Imago multimedia, Nuoro, 2004
2 La carta è stanca, di Guido Ceronetti, Adelphi, Milano, 1976 – 2005
3 Il tempo della festa, Furio Jesi, Nottetempo Edizioni, Roma 2003
4 I morti e il grano, Tempi del lavoro e ritmi della festa, di Ignazio E. Buttitta, Maltemi editore, Roma, 2004
5 Les rites de passage, di Arnold Van Gennep, Francia,1909
6 Il nome della rosa, di Umberto Eco, Bompiani Editore, Milano, 1984

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